Una nuova sintesi per una casa comune
Prof. Mario Conetti
La mia tesi è che una casa comune tra il movimento di Beppe Grillo e gli eredi della Nuova Destra non solo è possibile ma è facile e opportuna.
Per costruire una casa è necessario partire dalle fondamenta.
Il presupposto concettuale del grillismo delle origini va visto nella teoria della decrescita, come è stata delineata da Serge Latouche nel suo testo fondante, La scommessa della decrescita (2006). Non si tratta certo di una crescita negativa; al contrario, la decrescita è un cambiamento di paradigma per uscire dalla logica dell’accumulazione.
Sebbene Latouche provenga storicamente da ambienti anti-utilitaristi e della sinistra critica, molti dei suoi capisaldi teorici si armonizzano coi valori della tradizione e dell’identità, presupposti concettuali della Nuova Destra secondo una elaborazione culturale sfaccettata ma coerente, da René Guénon a Alain de Benoist.
Per dimostrare questa mia affermazione, provo a rappresentare il pensiero di Latouche lungo quattro assi fondamentali:
Critica alla modernità
La decrescita contesta radicalmente il mito del progresso lineare, per cui il futuro risulta di per sé e comunque migliore del passato. L’universalismo illuminista e occidentale ha fornito una copertura ideologica che, sotto la bandiera dei valori universali, ha permesso di esportare la religione della crescita e del mercato, riducendo l’esperienza umana alla figura del consumatore e distruggendo le culture locali che si basavano su equilibri differenti.
Il pensiero della tradizione vede nella modernità e nell’industrialismo una forza dissacrante capace di distruggere i legami sociali, l’ordine naturale e la spiritualità.
Rilocalizzazione
Uno dei pilastri della teoria della decrescita economica è la rilocalizzazione delle attività produttive per rompere con le catene globali di fornitura. Consumare e produrre a livello locale non solo valorizza le specificità dei territori ma permette di ridurre l’impatto ambientale del trasporto merci. La rilocalizzazione non è solo economica ma è soprattutto politica e culturale: rappresenta la risposta pratica all’omologazione planetaria guidata dal consumismo e agisce direttamente sullo spazio fisico e mentale delle comunità.
La Nuova Destra ha letto in questa istanza la massima espressione della difesa dei popoli e della sovranità nazionale ed economica. Uscire dal mercato globale e riappropriarsi della produzione locale (filiera corta, artigianato, sovranità alimentare) significa difendere l’identità di una comunità contro l’assolutismo dei mercati finanziari e il globalismo cosmopolita.
Ecologia profonda
Il caposaldo ideale del pensiero di Latouche sta nell’urgenza di “decolonizzare l’immaginario” dall’ossessione del consumo. Nei suoi testi (L’occidentalizzazione del mondo e Come sopravvivere allo sviluppo), Latouche spiega che il primo passo per una vera decrescita non è economico, ma culturale: bisogna liberare la mente dall’idea che il modello occidentale di progresso sia l’unico possibile e che il benessere sia strettamente legato al Prodotto Interno Lordo e al consumo infinito di merci. La felicità va cercata nella riscoperta dei legami sociali e del tempo libero.
A differenza dell’ecologismo progressista focalizzato sulla transizione ecologica, l’ecologia profonda e il concetto di patria come terra dei padri invitano a una salvaguardia della natura dettata non da un’agenda globale, ma dal dovere di custodire la bellezza e l’integrità del proprio territorio per le generazioni future. L’uomo non è padrone assoluto della terra (critica all’iper-antropocentrismo illuminista), ma custode di un ordine naturale.
Anti-egalitarismo
La decrescita attacca l’universalismo occidentale perché vuole imporre il modello consumista a tutto il pianeta, distruggendo le culture locali. L’idea stessa di “sviluppo sostenibile” viene smascherata per quello che è: un ossimoro e quindi un inganno retorico, dal momento che lo sviluppo capitalistico è intrinsecamente insostenibile poiché la Terra ha risorse finite che non possono reggere una crescita infinita.
Questo è anche il nucleo del pensiero di Alain de Benoist. La critica all’omologazione planetaria operata dal capitalismo liberale viene tradotta nella difesa del diritto di ogni popolo a rimanere se stesso, rifiutando l’occidentalizzazione forzata.
La decrescita, in quest’ottica, scardina l’egualitarismo astratto della sinistra antropologica e ripristina la pluralità delle culture e delle tradizioni
A conclusione di questo schema, la decrescita permette di andare oltre le contrapposizioni anacronistiche tra sinistra e destra per trovare una nuova sintesi; che, tra le altre cose, significa proporre una rivoluzione in cui la rinuncia all’opulenza mercantile non è un sacrificio, ma il mezzo per ritrovare l’indipendenza nazionale, il radicamento territoriale e la dignità dell’identità culturale.
Il Movimento 5 Stelle ha fatto un fortissimo riferimento ideale alla teoria della decrescita ma ormai da tempo non la utilizza più come perno programmatico per elaborare il proprio modello di società e di politica.
L’evoluzione del Movimento rispetto a questa teoria si può riassumere in due fasi storiche ben distinte.
Nella fase delle origini (2009 – 2018) e fino allo sbarco in Parlamento, la critica al PIL come unico indicatore di benessere era un cavallo di battaglia di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio. Almeno tre delle cinque stelle originarie (Ambiente, Acqua pubblica, Trasporti sostenibili) affondavano le radici nella necessità di ridurre lo spreco di risorse, rilocalizzare la produzione e superare il consumismo, concetti cardine dell’opera di Latouche. Il primo M5S parlava di km zero e rilocalizzazione per motivi ecologici ed economici, criticando il mito della crescita infinita e il consumismo sfrenato.
Già nel 2018, inizia una fase completamente diversa: Davide Casaleggio dichiara la necessità di superare la decrescita per puntare a investire per crescere, onde evitare la marginalizzazione economica. Nelle sue più recenti modificazioni, il M5S ha più o meno evidentemente fatto propria la critica marxista al capitalismo.
Sotto la guida di Giuseppe Conte e con l’ingresso nelle istituzioni europee (nel gruppo della Sinistra al Parlamento europeo), il M5S ha strutturalmente ridefinito il proprio vocabolario politico. Il concetto radicale e filosofico di decrescita è stato sostituito da formule compatibili con l’economia di mercato, seppure corretta in chiave di giustizia sociale, e coi finanziamenti europei (come i fondi del PNRR), adottando nuove parole chiave: sviluppo sostenibile, Green Economy e transizione ecologica.
L’elaborazione del modello sociale del Movimento si concentra oggi su misure di redistribuzione della ricchezza e protezione sociale (es. salario minimo, reddito di cittadinanza) e non sulla ristrutturazione teorica dei consumi teorizzata da Latouche.
In sintesi, il M5S ha abbandonato la decrescita come modello programmatico, allineandosi a una visione di stampo progressista e social-democratica, orientata a una crescita guidata dallo Stato e orientata alla sostenibilità ambientale.
Se, come sembra possibile, riemergerà davvero lo spirito originario del movimento di Beppe Grillo, e con esso il richiamo fondativo alla decrescita in chiave geopolitica e culturale, nella consapevolezza che la globalizzazione non distrugge solo l’ambiente ma anche le specificità culturali dei popoli; allora emergeranno spontaneamente anche i punti di contatto con quanti si richiamano all’eredità culturale della Nuova Destra e sarà possibile costruire una nuova sintesi.
Questa nuova sintesi potrà essere fondata su alcuni punti condivisi.
La critica identitaria alla tecnocrazia e allo sradicamento
Il modello turbo capitalista occidentale impone una crescita apparente basata sul debito e sull’importazione di manodopera a basso costo, distruggendo la stabilità sociale. L’universalismo economico occidentale spinge i territori a specializzarsi in una sola monocultura o industria per il mercato globale, distruggendo l’autosufficienza locale.
La decrescita diventa un atto di ribellione identitaria contro un sistema che vede nell’individuo solo un consumatore senza patria e spezza la catena che impone ovunque lo stesso modello, per consentire invece a ogni comunità di riappropriarsi del proprio destino.
L’ecologismo profondo
Il rifiuto motivato dell’ecologismo di facciata delle multinazionali del Green Washing va di pari passo con l’affermazione di un ecologismo profondo, ispirato alla coscienza della terra e del territorio, poiché difendere l’ambiente naturale è tutelare la terra dei padri. Chi appartiene a un territorio lo custodisce; al contrario, il nomade globale lo considera solo una risorsa economica da sfruttare e lo distrugge (anche e soprattutto quando finge di proteggerlo). L’impegno è a liberare l’ecologia dal monopolio progressista e ricondurla alla sua radice originaria (etimologicamente oikos, cura della casa)
L’anti-elitarismo
Il Vaffanculo Day, la critica a Bruxelles, alla BCE e ai trattati internazionali, erano altrettanti tentativi di affermare il concetto di popolo contro l’oligarchia. Le istituzioni sovranazionali, ma anche le classi politiche professionali, sono le forze che privano i popoli della loro libertà. La democrazia diretta dal basso si sposa con l’idea di una comunità che si autogoverna contro le imposizioni dei burocrati globalisti e che si avvale degli strumenti più avanzati (AI) per controllare la politica.
Il potere decisionale viene sottratto alle grandi istituzioni tecnocratiche sovranazionali e restituito alle assemblee locali e ai cittadini. Grandi ispiratori di questa visione sono Murray Bookchin con il municipalismo libertario e Leopold Kohr con l’idea che i problemi sociali nascono quando le istituzioni diventano troppo grandi e ingestibili.
Il Pluriverso
Difendere la propria identità locale implica riconoscere, rispettare e desiderare la sopravvivenza delle identità altrui. L’obiettivo non è la supremazia di una cultura, ma la coesistenza di una fioritura di culture diverse radicate in diversi territori, dove i saperi vernacolari e le tradizioni sono gli strumenti per inventare un futuro sostenibile.
Riemerge così il genius loci, ovvero le tradizioni, la lingua e la storia che la standardizzazione occidentale ha cercato di cancellare. Ogni cultura locale esprime un modo unico di abitare la terra; valorizzarlo è l’unico modo per difendere la biodiversità culturale del pianeta. L’identità rilocalizzata non è definita da confini etnici o statali, ma dalla relazione simbiotica tra una comunità e il suo territorio (il paesaggio, l’ecosistema, la storia locale). È un’identità ecologica e culturale, non biologica.
Non posso scrivere io la conclusione a queste considerazioni; la conclusione potrà solo essere il frutto di un impegno condiviso.








