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Ca’ Roman: perché no? Un’occasione per la rinascita di Pellestrina, e della laguna di Venezia

Ca’ Roman: perché no?

Un’occasione per la rinascita di Pellestrina, e della laguna di Venezia

 

Da tempo, almeno dieci anni, si sente parlare del progetto di riqualificazione edilizia di Ca’ Roman, punta meridionale estrema dell’isola di Pellestrina, davanti a Chioggia, che schiude, pur così marina com’è, alla terraferma. Sembra però che schiere di esaltati, misoneisti, nemici della “speculazione edilizia” (ma saranno allora amici della “speculazione” tout court, da Talete a Kant, fino a oggi?) e difensori della “natura”, di “madre terra”, si stiano ferocemente opponendo all’iniziativa, con raccolte di firme, campagne di stampa, chissà un giorno manifestazioni violente come quelle dei no-Tav, patetiche espressioni di mondi tristemente scomparsi. E di ideologie morte prima di nascere, anzi: ideologie della morte.

Così, armato di tanta buona volontà, e del mio consueto, ilare (forse, spavaldo) spirito d’avventura, il 25 agosto mi sono recato a Ca’ Roman, partendo da una Chioggia ancora invasa da turisti, e dopo un buon spritz, la linea 11 mi ha portato, nel volgere di pochi minuti, al luogo della contesa. Un giorno nuvoloso, tiepido, alla fine piacevole. Ca’ Roman fino all’inizio del Novecento era un’isola, poi è stata artificialmente inglobata a Pellestrina, del resto fino al 1846 Venezia stessa, le isole realtine, erano isole, finché il governo austriaco non costruì il ponte della ferrovia, e tempo dopo vi giunsero anche le auto, mentre Marinetti e compagni, nel loro simpatico delirio futuristico, immaginavano di “asfaltare il Canal Grande”: non è avvenuto, ma l’asfalto ha nel frattempo mutato per sempre, purtroppo, la fisiognomia di città una volta d’acqua, Padova, Bologna, Milano: ove permangono residui dei tempi che furono, il Naviglio Grande, per esempio. Nel corso del Novecento, le prime dune di Ca’ Roman si sono “consolidate” e continuamente il fango residuo strappa spazio al mare, creandone di nuove. E’ un movimento della natura, ma occasionato, primariamente, dall’azione umana. Se Ca’ Roman fosse rimasta un’isola, ciò non sarebbe avvenuto.

Il progetto prevede la costruzione di 77 – ma alcuni dicono meno, altri di più – unità residenziali nell’ ex-complesso delle Canossiane (accanto a San Giuseppe, compare un affresco, nella chiesetta in rovina, dedicato per l’appunto a Maddalena di Canossa, santa nata in pieno secolo dei Lumi a Verona, canonizzata nel 1988, paradossalmente quando questo complesso entrava nella fase di abbandono), in uso fino agli anni Ottanta, ora in squallido, totale, annichilente abbandono, a sud del villaggio marino ancora operativo, ma in una zona devastata. Vi entro tramite una doppia inferriata arrugginita, e, rischiando il tetano, infezioni varie, e sfidando il disgusto, mi addentro in una selva infernale di rovine. Odo, come il mio illustre conterraneo Montale, “frusci di serpi”, forse anche “schiocchi di merli”, mentre qualche pantegana mi passa vicino, furtiva e spaventata, abbastanza irritata dal mio sopravvenire, una bestia grande e grossa potenzialmente ostile. Percepisco altri animali intorno, mentre in cerca di salvezza lucertole di varie dimensioni si gettano giù dalle pareti, mi cadono ai piedi, e scompaiono tra le erbacce, piene di oggetti strani arrugginiti, biciclette, ad esempio, sedie, altri arnesi di dubbia provenienza e uso. Alcune sale sembrano luoghi di tortura abbandonati da un secolo: pare ancora di udire, come in un film dell’orrore, le grida degli sventurati, di percepire sulle pareti i ghigni crudeli degli aguzzini. Ci vuole stomaco per muoversi qui dentro. Come odi un lievissimo rumore, temi di girarti e vederti davanti il fantasma di un qualche mentecatto, stralunato e ipercinetico, che urla per i dolori dell’elettrochoc. E di qualcuno, nella medesima essenza di spirito maligno, in camice bianco, che ti vuol legare e sottoporre allo stesso trattamento.

Incontro tre giovani tra cui una bella fanciulla, che si presenta: Alice, ma certo qui non passeggia in un paese di meraviglie. Rovine, tetti cadenti o distrutti, gabbiani alto levati, puzza, immense pareti e spazi putrefatti, con bagni marciti, cucine marcite, materassi marci che hanno ospitato un’umanità immagino dolente. Ci sono i graffiti di un artista, neanche malvagi, che si firma “Rachitico”, e accompagna i disegni con criptici aforismi, vagamente mitologici. Non sono male, alla fine, ma come pubblico hanno famiglie di insetti, di ratti, bisce certo poco interessate alla “street art” o alla “ruins art”. Alice ha firmato contro il progetto edilizio. Vuole preservare la “natura” di Ca’ Roman, o questi luoghi mefitici? Non lo so.

Fotografo, da consumato dilettante, col mio dilettantesco Samsung; è un paradiso per i cacciatori di rovine, le rovine hanno una loro estetica e un numero – credo degli anni Ottanta – della prestigiosa “Rivista di estetica”, creatura torinese di Pareyson, filosofo eccellente, è dedicato alla loro “bellezza”, su cui sono stati scritti tanti libri. Sarà.

Così, istintivamente, mi viene da dire che 75 villette, o quel che sia, sarebbero, con bar, ristoranti, una marina, luoghi d’incontro, piazzette e vialetti, infinitamente più belle, e che le pantegane e le bisce, da sempre abituate a peregrinare in cerca di un luogo dove vivere, una casa se la troverebbero sicuramente altrove. Oltretutto il progetto non tocca tutta Ca’ Roman, che è molto estesa: è localizzato precisamente.

Qualcosa, perché no, si potrebbe pure conservare, i murales enigmatici di Rachitico (invitato per l’occasione a darcene esegesi), la chiesetta dove si conservano affreschi e scritte murali – legate al culto della Vergine – suggestivi, anche se privi di valore artistico. Molto è stato portato via nel tempo. La Chiesa potrebbe essere un luogo di incontro, o magari essere ri-consacrata. Leonardo Servadio ha dedicato il suo ultimo libro anche a questa dimensione dell’architettura sacra. La Croce è ancora sul tetto. “Stat Crux, dum volvitur orbis” è il motto dei Certosini. Qui il mondo è girato malamente, di sicuro. Non mostra il suo lato B. Se mai, quello Z.

Lieto di non essere stato morso dai ratti, assalito dagli insetti, spaventato dalle bisce, né ferito dagli innumerevoli ferri arrugginiti, schegge e frammenti di vario tipo, felice che non mi sia crollato niente in testa, gaudioso che nessun senza tetto o balordo “inbred” mi abbia preso, torturato e mangiato, torno a Chioggia non prima d’essermi bagnato nelle acque fresche della spiaggia marina di Ca’Roman, che a tutta prima sembrano sgombre di meduse, e meno calde di quelle del Lido. A casa poi l’acqua bollente di una lunga doccia mi decontamina, spero, definitivamente (almeno, nel corpo).

Le isole della Laguna sono piene di rovine. Poveglia è una rovina e non è ben chiaro lo scopo dell’Associazione “Poveglia per tutti”. Sarebbe veramente per tutti se gli edifici dell’isola venissero restaurati. Delle rovine per tutti non è ben chiaro che significato abbiano. Il Lido presenta una teoria di rovine da Nord a Sud, cominciando con l’Ospedale, e finendo con le colonie, la Padova, la ex-Inpdap, agli Alberoni. Che ci stanno a fare? Se venissero o riconvertite in abitazioni, o demolite, per far spazio a nuovissime case, o centri commerciali, perfino parcheggi, sarebbe molto meglio. Non hanno nessun significato artistico-architettonico, non solo l’asilo Sant’Elia di Como, peraltro abbandonato anch’esso. Sono posti orribili, pieni di malattie, compresa la malattia del Tempo: non tutto quel che appartiene al passato è da conservare. Per fortuna. Se no vivremmo in un mondo di macerie. Come non sarà da conservare tutto quel che appartiene al nostro presente. Ci vorrebbe un libro intero per documentare tutte le rovine del Lido, la mia isola: magari cominciando dal Des Bains, i cui arredi si sa la fine che hanno fatto. Ma possibile che nessuno sia interessato a farne appartamenti di lusso? Esistono pochi posti più belli al mondo. E questo detto da uno che il mondo lo ha girato. Per davvero.

Un nuovo complesso edilizio a Pellestrina darebbe vita ad un’isola morta. Costruire, inurbare, non è sempre distruggere un paesaggio, soprattutto quando gran parte di quel paesaggio sarebbe conservato, e magari tenuto molto meglio. Cantieri, operai, il movimento di denaro dell’industria edilizia – ma di tutte le industrie, a ben vedere – è vita. In ogni senso. I ratti portano la peste. I ricchi, i soldi. Quelli che identificano i soldi con la peste generalmente sono quelli che ne hanno così tanti che non vogliono che anche gli altri ne abbiano (neanche la metà di quello che hanno loro!). Sarà vita l’insediamento di famiglie, anche se magari per molte sarà la casa vacanze, con Venezia lì sopra e una bella, lunga spiaggia adriatica di fianco.

Magari questo darebbe un impulso per la riqualificazione di tutta la Laguna, per cominciare del Lido, splendida isola disseminata di rovine. Giovani amici sardi hanno creato da molti anni un portale, “Sardegna abbandonata”, che documenta tutte le rovine (o quasi) dell’isola. Invito i giovani della Laguna a far lo stesso. Un portale “Laguna abbandonata” sarebbe molto ricco. Purtroppo.

Che le ruspe inizino la loro opera a Ca’ Roman, preservando certo i graffiti di Rachitico, diverse altre cose, la chiesetta e così via! Tutto si può fare. Sarebbe un esempio da seguire. Rilancerebbe la Laguna, si troverebbe magari un cliente per l’ottagono degli Alberoni ancora (credo) in vendita, si ristrutturerebbe Poveglia, con spazi privati, ma anche spazi “per tutti”. Se no ai “tutti” cosa si dà? Il libero accesso a una rovina?

In ultimo: la graziosa fanciulla che ho incontrato tra le rovine di Ca’ Roman, forse potenzialmente in grado di pensare di testa propria, ma figlia dell’indottrinamento scolastico-accademico, dei professori di “sinistra” con la villa a Jesolo e relativo yacht, mi ha fatto un’obiezione. Se queste 75 unità venissero vendute a ricchi, si creerebbe uno sbilanciamento sociale a Pellestrina, che di ricchi ne conta (secondo lei) pochi. Allora, per far contenti i “poveri” di Pellestrina si dovrebbe trasformare il complesso bombardato dall’abbandono in un residence gratuito per disperati, senza tetto, migranti? Così i poveri vedono che ci sono persone più povere di loro e si consolano? Ma allora basta che si facciano un giro tra queste micidiali rovine. Sicuramente su quei materassi marci, frusti, lerci e immondi, infetti di chissà quali morbi, avranno dormito persone – e magari continuano a dormirci, chi lo sa – che sono più poveri dei (supposti) “poveri” abitanti di Pellestrina. Una mia esperienza recente mi dice che quando, ad esempio, viene costruito un condominio di lusso vicino a condomini già esistenti, ma vecchiotti e modesti, questi stessi condomini crescono di valore.

Quando nelle università, nelle accademie d’arte, nelle scuole di ogni ordine e grado si smetterà di insegnare il marxismo con tutto il suo correlato d’odio non contro i “ricchi”, i “capitalisti”, gli “sfruttatori”, ma contro la vita stessa, la VITA, l’umanità – non solo l’Italia – farà enormi passi avanti. Li fa peraltro lo stesso, con maggior fatica, perché quel che tristi beccamorti in cattedra raccontano a giovani insicuri conta come il due di picche nella proverbiale briscola, nel mondo. Ma tant’è, danni, e non piccoli, fa. Soprattutto nei giovani, poi brutalmente esposti alla vita vera, molto dura.

Spero di veder presto Ca’ Roman rinnovata. Non riesco ad esser mosso a pietà per le pantegane, che pur discretamente mi hanno accolto nella loro spaziosa dimora. Troveranno un’altra casa. Ne sono sicuro. Con l’aiuto di Alice e di altre anime pie, rosse e gemebonde come lei? Può darsi. Che inizi una raccolta di firme e di fondi su change.org.

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