CASTELLAZZI E PINUCCIO TATARELLA: QUELLE CONVERSAZIONI DI TRENTACINQUE ANNI FA
Un ricordo personale e una domanda ancora aperta sulla destra del nuovo millennio
di Luca Sforzini
Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Le recenti riflessioni sul mondo conservatore e sul futuro della destra italiana, sulla necessità di aprirla alla società civile, agli imprenditori, ai professionisti, agli intellettuali e anche a persone che non provengono dalla sua storia politica, mi hanno riportato improvvisamente indietro di trentacinque anni.
Primissimi anni Novanta. Avevo vent’anni ed ero, nel senso più antico e più bello dell’espressione, un ragazzo di bottega della politica. Il mio maestro era Franco Castellazzi, primo presidente della Lega Lombarda, primo capogruppo in Regione Lombardia, esponente di quell’ala moderata e politicamente raffinata della Lega delle origini. È stato il mio padre politico.
Castellazzi mi aveva preso sotto la sua ala. Io parlavo poco e ascoltavo moltissimo. Incontrava e si confrontava con uomini provenienti da storie politiche diversissime dalla sua, perché apparteneva a una generazione per la quale confrontarsi con qualcuno non significava necessariamente appartenere allo stesso campo. Fra gli interlocutori con i quali ricordo una particolare sintonia intellettuale e una consuetudine di confronto c’era Giuseppe “Pinuccio” Tatarella.
Allora potevo soltanto osservare, ascoltare, e cercare di imparare. Godevo del privilegio di poter assistere, proprio perché “ragazzo” giudicato degno di fiducia e di formazione, a conversazioni altrimenti precluse e riservatissime. Oggi credo di comprendere meglio che cosa accomunasse due uomini provenienti da esperienze tanto lontane. Entrambi cercavano di portare le rispettive culture politiche oltre i propri confini originari. Castellazzi immaginava una Lega capace di diventare forza politica adulta, non prigioniera della protesta; Tatarella lavorava a una destra capace di uscire dal proprio recinto storico senza rinnegare la propria storia.
È forse per questo che le riflessioni della Fondazione Tatarella e di altri soggetti di area mi sono sembrate così familiari. Parlare oggi di una destra capace di coinvolgere società civile, impresa, professioni, cultura e persone che non provengono dalla destra significa tornare, in forme inevitabilmente nuove, a una domanda che attraversava già quelle conversazioni: come si trasforma un’identità politica in una cultura di governo senza trasformarla in una cittadella assediata?
È, in fondo, la stessa domanda dalla quale nasce il mio Rinascimento Nazionale: immaginare una destra del XXI secolo che abbia radici senza trasformarle in recinto; nazionale ma non statalista, capace di coniugare Stato nazionale e identità locali, identitaria ma non razzista, forte ma non autoritaria, liberale, risorgimentale e occidentale. Una destra capace di parlare alla classe media, all’impresa, ai giovani, alle competenze, alle eccellenze e a quella vastissima parte della società italiana che non possiede una tessera né una genealogia politica, ma possiede idee, energie e qualcosa da dare al Paese.
Non so quale debba essere la formula politica o organizzativa attraverso cui questo processo potrà compiersi. E forse oggi è persino secondario stabilirlo. Prima delle formule vengono le culture politiche.
So però che ogni volta che sento discutere della necessità di costruire una destra capace di aprire porte invece di innalzare nuovi muri dentro il proprio stesso campo, mi torna davanti agli occhi quel ragazzo di vent’anni che aveva il privilegio di assistere anche alle conversazioni private di Franco Castellazzi e Pinuccio Tatarella.
Molte delle cose che penso oggi, probabilmente, hanno cominciato a formarsi proprio in quelle stanze.
E forse, dopo trentacinque anni, quella conversazione non è ancora finita.
Luca Sforzini
Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale















