Pubblico la premessa di Rinascimento Nazionale. Poche pagine per capire da dove nasce questo libro, perché l’ho scritto e, soprattutto, dove vuole andare.
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LA DECIMA CORPORAZIONE DI D’ANNUNZIO:
LAVORARE PER IL FUTURO E PER CIÒ CHE NON HA ANCORA NOME
Breve storia di come le cornacchie nere facciano il nido nei gigli tragici e lancino i grilli parlanti contro i muri
Questo libro era sostanzialmente terminato quando gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno finito per conferirgli, quasi senza che lo volessi, un significato ulteriore.
Quando ho cominciato a scriverlo, il mio intento era abbastanza semplice da enunciare e assai meno facile da realizzare: provare a dare una forma coerente a un’idea di destra che sentivo sempre meno rappresentata nel dibattito italiano. Una destra nazionalista ma non statalista, identitaria ma non razzista, severa sull’immigrazione irregolare e ferma sulla sicurezza senza per questo trasformare lo straniero in un nemico; una destra liberale e liberista, occidentale, atlantica, legata alla tradizione italiana e proprio per questo più risorgimentale che novecentesca.
Ritenevo che Futuro Nazionale potesse diventare uno degli strumenti attraverso i quali tentare questa costruzione. L’ho pensato sinceramente, al punto da espormi in prima persona, da contribuire alla sua elaborazione e da considerare possibile che Roberto Vannacci, per la forza con cui era riuscito a intercettare un disagio politico reale, potesse assumere un ruolo assai più importante di quello di semplice tribuno della protesta.
Ho scritto e detto che avrebbe potuto essere una sorta di De Gaulle italiano. Non solo per la coincidenza dell’uniforme, evidentemente, ma perché intravedevo in lui, in quanto uomo proveniente dal mondo militare, un senso dello Stato così potenzialmente radicato da poter trasformare una protesta diffusa in una visione nazionale più ampia, capace di parlare non soltanto a una parte della destra ma anche a quella vasta area di cittadini che da anni si rifugia nell’astensione.
Non ho ragione di rinnegare oggi quel giudizio. Sarebbe troppo facile correggere retroattivamente le proprie convinzioni per apparire sempre dalla parte giusta della storia. Preferisco dire più semplicemente che quella possibilità, a un certo punto, ha cominciato a prendere una direzione diversa da quella che avevo immaginato.
Ero il titolare della tessera numero 18 di Futuro Nazionale, una delle prime trenta assegnate dal generale alle persone che riteneva più vicine al progetto originario. Parallelamente avevo continuato a lavorare in qualità di Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, organismo autonomo sotto il profilo statutario, organizzativo, economico e culturale, che era stato apprezzato dal generale sia ai tempi del MAC, sia con la nascita del Partito Futuro Nazionale.
Proprio questa autonomia, che all’inizio poteva sembrare un dettaglio organizzativo, si è rivelata invece il punto decisivo.
Un centro studi serio non nasce per certificare a posteriori decisioni prese altrove. Non serve a rivestire di una patina culturale qualunque proposta venga elaborata dal partito. Se avessi voluto difendere una rendita di posizione, mi sarebbe bastato chiudere gli occhi, evitare di ascoltare ciò che non mi piaceva e limitarmi ad approvare.
Non è mai stato il mio modo di intendere né la politica né il lavoro intellettuale.
A un certo punto, dunque, ho cominciato a porre questioni che mi sembravano non soltanto legittime, ma inevitabili. Le ho poste individualmente, nel confronto personale, e pubblicamente, attraverso il Centro Studi. Non per aprire guerre private, ma perché riguardavano precisamente il tipo di destra che Futuro Nazionale intendeva diventare.
Il nodo, in fondo, era questo.
Non si trattava di stabilire se Futuro Nazionale fosse abbastanza di destra. Si trattava di capire quale destra volesse essere.
Il movimento era nato attorno ad alcune questioni reali, che continuo a considerare tali. Il problema della sicurezza, innanzitutto, che non può essere liquidato come una costruzione mediatica quando riguarda ormai le grandi città, i piccoli centri, le stazioni, le periferie, e nel momento in cui modifica concretamente le abitudini quotidiane delle persone.
Poi l’immigrazione, soprattutto quella irregolare e clandestina, che uno Stato serio deve essere in grado di governare. Nessuna società può rinunciare a decidere chi entra, chi ha titolo per rimanere e chi invece deve lasciare il territorio nazionale.
Infine l’Europa, o meglio una certa deriva dell’Unione Europea, diventata spesso bravissima nel regolamentare dettagli minimi della vita quotidiana e assai meno capace di affrontare i grandi problemi dell’energia, dell’industria, della tecnologia, della crescita e del progressivo impoverimento della propria classe media.
Su questi temi Futuro Nazionale aveva, a mio giudizio, intercettato sentimenti profondi e diffusi.
I problemi sono cominciati quando a queste domande, che erano ragionevoli, si sono aggiunte risposte che lo erano molto meno: quando la richiesta di sicurezza ha iniziato a convivere con suggestioni autoritarie; quando la critica all’immigrazione irregolare ha rischiato di trasformarsi in ostilità verso una religione; quando alla difesa della famiglia si è sovrapposta una concezione dello Stato chiamato a entrare nella vita privata delle persone; quando la critica al progressismo è diventata, in alcuni passaggi, una specie di integralismo speculare.
La seconda parte del programma di Futuro Nazionale ha segnato, sotto questo profilo, un momento di svolta. Il Centro Studi non era stato coinvolto nella sua stesura e, leggendo alcuni passaggi, ho compreso anche perché.
Non potevo condividere una visione nella quale lo Stato sembrava tornare a occuparsi di morale privata, di costumi, di sessualità, di comportamenti individuali. Ho sempre pensato che uno dei problemi italiani fosse precisamente l’eccesso di Stato, non la sua insufficienza.
Lo Stato etico non diventa accettabile soltanto perché cambia padrone.
Allo stesso modo, considero necessario distinguere con estrema chiarezza tra Islam e integralismo islamico.
Sono favorevole a una politica severa contro la diffusione della Sharia, contro qualunque pretesa di subordinare la legge civile a quella religiosa, contro ogni forma di comunitarismo che metta in discussione l’uguaglianza tra uomo e donna, la libertà di coscienza e la fedeltà allo Stato. Ma, proprio per questo, considero culturalmente e politicamente sbagliato affermare che l’Islam in quanto tale sia incompatibile con l’Italia.
Non è soltanto una questione costituzionale. È anche una questione di realtà.
L’Italia è un Paese mediterraneo. Una parte rilevante dei nostri interlocutori strategici, commerciali ed energetici appartiene al mondo islamico. Pensare di costruire una geopolitica nazionale seria sulla base di una guerra di religione permanente significa semplicemente non avere compreso il mondo nel quale siamo chiamati a muoverci.
L’Occidente non si difende imitando ciò che combatte.
Questa è forse una delle convinzioni che più mi separano da alcune delle derive emerse nelle ultime settimane.
Poi c’è stata la questione, più prosaica ma non meno importante, della classe dirigente.
Intorno a ogni leader che cresce rapidamente si forma inevitabilmente un ambiente. All’inizio è fatto di collaboratori, amici, persone entusiaste, militanti. Col tempo, però, quell’ambiente può trasformarsi.
I collaboratori diventano filtri. I filtri diventano custodi. I custodi cominciano a decidere chi può parlare con il leader, quali appuntamenti meritano attenzione, quali persone sono gradite e quali invece no.
È un meccanismo politico molto antico.
Ho avuto la sensazione che intorno a Vannacci si stesse progressivamente formando qualcosa del genere. Ho usato, anche con ironia, l’espressione “giglio tragico” per descrivere un ambiente sempre più ristretto, sempre più chiuso e sempre più capace di isolare il leader da contributi esterni che avrebbero potuto essere utili.
Le “cornacchie nere”.
Qualcuno ha voluto vedere in questa vicenda poteri forti, grandi strategie occulte, burattinai. Confesso di trovare questa lettura assai più affascinante della realtà.
Temo però che la verità sia più semplice.
Molto spesso non servono complotti per danneggiare un progetto politico. Bastano cattivi consiglieri, una selezione mediocre della classe dirigente, persone incapaci di distinguere la fedeltà dalla competenza e l’applauso dal merito.
E questo, a mio giudizio, è persino più grave.
Perché contro un complotto si può combattere. Farlo contro la mediocrità che diventa metodo di selezione è molto più difficile.
Il merito attraversa tutto il libro proprio per questo motivo. Una forza che pretende di rinnovare il Paese dovrebbe cominciare da se stessa, cercando persone capaci – se necessario – di contraddire il capo, non soltanto di rassicurarlo.
Una comunità politica viva dovrebbe desiderare intelligenze indipendenti, personalità, competenze, perfino eresie.
Quando invece il dissenso viene interpretato come slealtà, il rischio è che il partito smetta di essere una comunità politica e diventi una corte.
È in questo contesto che ho utilizzato l’immagine delle cornacchie nere. Non come insulto personale, ma come sintesi di una tendenza: la tentazione di guardare al futuro attraverso il passato, di scambiare la radicalità con la nostalgia, l’identità con l’uniformità, la tradizione con la restaurazione.
Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto Futuro Nazionale. Riguarda un problema molto più generale.
La crisi economica, l’impoverimento della classe media, l’insicurezza, la criminalità, l’immigrazione irregolare, il senso di perdita di controllo generano inevitabilmente paura e rabbia. Sono sentimenti umani che la politica non può fingere di non vedere.
Una nuova forza politica potrebbe svolgere una funzione democratica importantissima se fosse capace di raccogliere queste pulsioni, rappresentarle e ricondurle dentro il gioco democratico.
Questo, a mio giudizio, sarebbe un compito enorme e prezioso.
Ma c’è una differenza profonda tra rappresentare una pulsione e consegnarle le chiavi di casa.
Una cosa è includere nel confronto democratico chi rischia di scivolare verso l’estremismo. Un’altra è lasciare che l’estremismo diventi egemone nella forza politica che avrebbe dovuto contenerlo.
È su questo crinale che si è consumata, almeno dal mio punto di vista, la rottura.
L’8 settembre 2026 sono stato espulso da Futuro Nazionale.
Non avevo ricevuto contestazioni formali, rilievi, richieste di chiarimento o telefonate. Ho appreso la notizia da un giornalista che aveva letto un’agenzia di stampa.
Non è l’aspetto procedurale che mi interessa di più, ma ciò che quell’episodio rappresenta.
Una forza politica nata per combattere il conformismo dovrebbe temere soprattutto il momento in cui produce un conformismo proprio. Una forza nata contro i vecchi partiti dovrebbe interrogarsi quando comincia a riprodurne i vizi peggiori. Una forza che rivendica libertà di parola dovrebbe preoccuparsi quando il dissenso viene trattato come insubordinazione.
Ed è qui che torno a Fiume, alla Carta del Carnaro e alla Decima Corporazione.
Non per nostalgia, esattamente per il contrario.
La Decima Corporazione lasciava simbolicamente un posto a coloro che lavoravano per ciò che ancora non aveva nome. Una casella vuota destinata al futuro.
È questa la suggestione che mi interessa.
I sistemi chiusi riempiono tutte le caselle. Decidono in anticipo chi sei, dove devi stare, cosa devi pensare.
Le società vive, invece, lasciano sempre uno spazio all’irregolare, all’imprevisto, all’eretico.
Per questo continuo a preferire il laboratorio alla caserma.
E per questo D’Annunzio mi interessa assai più di coloro che, successivamente, trasformarono alcune di quelle suggestioni in disciplina e obbedienza.
D’Annunzio saccheggiava il passato per costruire il futuro. I reazionari fanno spesso il contrario: utilizzano il futuro per restaurare il passato.
Gli avvenimenti di queste settimane non hanno dunque modificato la tesi di questo libro; semmai l’hanno resa più evidente, perché hanno trasformato in esperienza politica concreta ciò che, quando ho iniziato a scrivere, era ancora soprattutto una riflessione culturale. La distinzione tra una destra capace di guardare al futuro e una tentata invece dalla nostalgia non è più, per me, soltanto un tema di studio o di discussione teorica: è diventata una vicenda vissuta, con tutto ciò che questo comporta in termini di responsabilità, di scelte e anche di errori di valutazione.
Continuo a pensare che Roberto Vannacci abbia intercettato una domanda politica autentica e profonda. Sarebbe troppo comodo negarlo oggi soltanto perché le nostre strade si sono separate. Futuro Nazionale avrebbe potuto diventare qualcosa di più di una formazione destinata a sottrarre qualche punto percentuale ai partiti del centrodestra: avrebbe potuto parlare soprattutto a quella vasta area di cittadini che da anni si sposta da una proposta politica all’altra, inseguendo di volta in volta la speranza di una rottura con ciò che percepisce come un sistema chiuso e autoreferenziale, per poi tornare puntualmente nell’astensione.
Quella domanda non è scomparsa con la mia espulsione e non scomparirà con le vicende interne di un partito. Resta il problema della sicurezza, quello dell’immigrazione irregolare, il senso di impoverimento di una classe media che ha costituito per decenni l’ossatura sociale ed economica del Paese, la critica a un’Europa troppo spesso più abile nel regolamentare che nel produrre crescita, energia, innovazione e potenza. Rimane il bisogno di identità, di appartenenza, di libertà economica, di responsabilità individuale e di uno Stato meno invadente nella vita dei cittadini ma molto più efficace nelle poche funzioni che gli sono proprie.
È precisamente per questo che considero particolarmente grave il rischio di consegnare questa domanda di cambiamento a culture politiche che appartengono al passato. Non perché il passato debba essere rimosso, censurato o demonizzato, ma perché una forza politica che nasce per interpretare le inquietudini del presente dovrebbe avere l’ambizione di produrre risposte nuove, non di riportare in vita categorie, simboli e linguaggi che hanno già consumato la propria vicenda storica.
In questo senso continuo a considerarmi, senza alcuna esitazione, un uomo di destra. Ma la destra alla quale penso viene da più lontano del fascismo e, proprio per questo, può permettersi di guardare molto più avanti. È una destra risorgimentale, legata alla libertà individuale, alla responsabilità, alla proprietà, all’impresa, al merito, alla riduzione dello Stato nelle sue funzioni improprie e al suo rafforzamento in quelle essenziali. È una destra che considera la Nazione una comunità politica e storica, non una categoria etnica; che vuole controllare seriamente i confini senza trasformare lo straniero in un nemico; che distingue l’Islam dall’integralismo islamico e proprio per questo può combattere quest’ultimo con maggiore fermezza; che considera l’Occidente una civiltà da difendere non soltanto per la sua potenza, ma per la libertà che ha saputo produrre.
Allo stesso modo, continuo a ritenere indispensabile l’appartenenza dell’Italia al mondo atlantico, ma non penso che un’alleanza debba mai tradursi in sudditanza. La lezione di Sigonella, che ho richiamato anche negli ultimi mesi, rimane sotto questo profilo attualissima: si può essere alleati leali degli Stati Uniti e al tempo stesso difendere con fermezza il proprio interesse nazionale. Così come essere parte dell’Occidente non significa rinunciare a una politica mediterranea autonoma, capace di parlare con il mondo arabo, con l’Africa, con Israele e con tutti gli attori con i quali la geografia, prima ancora della politica, ci impone di confrontarci.
È dentro questo quadro che anche il richiamo a Fiume, alla Carta del Carnaro e alla Decima Corporazione acquista per me un senso che nulla ha a che vedere con la nostalgia. Mi interessa Fiume precisamente perché fu un luogo nel quale, insieme a contraddizioni enormi e a errori che non ho alcuna intenzione di nascondere, esistette per un momento l’idea che la politica potesse ancora essere sperimentazione, contaminazione, ricerca di forme nuove. La Decima Corporazione, lasciata simbolicamente a coloro che lavoravano per ciò che ancora non aveva nome, continua a sembrarmi una metafora assai più utile al nostro tempo di tante formule consumate dalla storia.
Una società aperta e una politica vitale devono sempre lasciare una casella vuota. Devono ammettere la possibilità che qualcosa di importante possa nascere fuori dalle categorie esistenti, fuori dalle appartenenze consolidate, persino fuori dalle ortodossie del proprio campo. Quando invece ogni spazio viene riempito, ogni dissenso classificato e ogni voce irregolare trattata come un problema, la politica smette di essere costruzione e torna a essere disciplina.
Forse è anche questa la ragione più profonda per cui gli avvenimenti delle ultime settimane non hanno diminuito il significato che attribuisco a questo libro, ma lo hanno rafforzato. Il Rinascimento Nazionale non nasce come un’etichetta da aggiungere alle molte già esistenti, né come una corrente destinata a trovare ospitalità dentro questa o quella organizzazione. Nasce dalla convinzione che esista ancora, in Italia e più in generale in Europa, lo spazio per una destra nazionale e libera, capace di raccogliere le paure senza alimentarle, di riconoscere i conflitti senza trasformarli in guerre di religione, di difendere l’ordine senza innamorarsi dell’obbedienza e di custodire la tradizione senza confonderla con la restaurazione.
Se l’esperienza di Futuro Nazionale mi ha insegnato qualcosa, è che questa sintesi non è affatto scontata. Richiede una classe dirigente capace di scegliere il merito prima della fedeltà personale, di sopportare il dissenso e perfino di considerarlo utile; richiede leader che non temano interlocutori autonomi e collaboratori che non sentano il bisogno di trasformarsi in cortigiani; richiede soprattutto la capacità di distinguere tra il compito, democraticamente prezioso, di riportare dentro il confronto politico anche le pulsioni più radicali della società e l’errore opposto di consentire a quelle pulsioni di diventare esse stesse egemoni.
È una distinzione sottile soltanto in apparenza. In realtà, può essere la differenza tra una forza che contribuisce a rafforzare la democrazia e una che finisce per indebolirla.
Per quanto mi riguarda, non sento il bisogno né di cancellare ciò che è stato né di trasformare una vicenda politica in una questione personale. Ero prima di Futuro Nazionale quello che continuo a essere oggi: un uomo con una propria formazione, una propria storia e una propria idea della destra. Avevo quelle idee quando ho aderito al progetto di Vannacci, e le ho ben precisate ed evidenziate fin dall’inizio al generale, rivendicando con trasparenza e orgoglio la mia formazione culturale. Evidentemente, in quel momento, per il generale le mie idee erano compatibili con i suoi progetti, al punto tale da trasformare il Centro Studi Rinascimento Nazionale nel Think Tank di riferimento prima del Movimento Il Mondo al Contrario e poi del neocostituito Partito Futuro Nazionale. Sono rimasto coerente alle mie idee. Sarebbe stato assai più conveniente modificarle, chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie, turarsi il naso per conservare una rendita di posizione acquisita piuttosto promettente.
È forse questo, alla fine, il senso più semplice di queste pagine introduttive. Le organizzazioni politiche nascono, cambiano, si dividono, talvolta scompaiono. Le idee hanno un tempo diverso e spesso percorsi più lunghi.
Questo libro prova a seguirne uno.
Non so dove porterà, e non credo che sia necessario saperlo in anticipo. So però da quale parte intendo continuare a guardare: non indietro, verso le forme politiche che hanno già consumato la propria storia, ma avanti, verso quella casella che la Decima Corporazione lasciava deliberatamente vuota per chi avrebbe lavorato a ciò che ancora non aveva nome.
Settembre 2026














