LA VOCAZIONE DI SAN MATTEO
Il soccorso rosso e quel filo che lega Renzi a Vannacci
di Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Nel celebre dipinto di Caravaggio, Matteo è seduto al tavolo quando una mano lo indica. È la chiamata, la vocazione. Nella politica italiana del 2026 sembra esistere un’altra Vocazione di San Matteo, meno mistica e decisamente più terrena: ogni volta che Roberto Vannacci attraversa un momento politicamente difficile, Matteo Renzi sente la chiamata e accorre in suo soccorso.
Una specie di soccorso rosso, naturalmente nel senso politico del termine, perché Renzi, almeno formalmente, continua ad abitare dall’altra parte del campo. Una coincidenza può essere curiosa, due cominciano a diventare interessanti, ma quando gli episodi si ripetono con una certa puntualità è forse il caso di metterli in fila e provare a capire se dietro quella sequenza esista una logica politica.
Partiamo dalla Toscana.
Nell’ottobre 2025 Matteo Salvini aveva affidato a Vannacci un ruolo centrale nella campagna elettorale della Lega e nella composizione delle liste. Il risultato fu difficilmente equivocabile: il Carroccio precipitò dal 21,7 per cento del 2020 a circa il 4,5. L’ANSA parlò di un “effetto Vannacci” esattamente opposto a quello atteso.
Per il generale era una brutta fotografia, ma proprio da quel momento Renzi comincia progressivamente a raccontare una storia diversa: non quella di un Vannacci ridimensionato dai risultati, ma quella di un Vannacci potenzialmente decisivo perché capace di dividere il centrodestra. Un concetto che nei mesi successivi prenderà una forma sempre più chiara.
Poi arriva Montecitorio.
Il 15 gennaio 2026 il Team Vannacci organizza un flash mob contro gli aiuti militari all’Ucraina. La scena, politicamente, non è memorabile: piazza Montecitorio, uno striscione e nove persone. Nove. La stampa ironizza, qualcuno parla di “generale senza soldati”, Huffington Post la definisce una “marcetta su Roma”. Sarebbe stato il momento perfetto per lasciare semplicemente che l’immagine facesse il suo lavoro. Invece, appena due giorni dopo, il 17 gennaio, arriva San Matteo: «State sottovalutando il generale Vannacci», ammonisce Renzi. E spiega anche perché: se Vannacci rompe con la Lega, sostiene, la destra rischia di perdere voti e il nuovo soggetto alla sua destra potrebbe sottrarle “almeno tre punti”.
Nove persone in piazza e Matteo vede già Farage. Questa sì che è fede.
Poche settimane dopo Vannacci lascia davvero la Lega e nasce Futuro Nazionale. Renzi non aspetta nemmeno che il neonato politico impari a camminare: il 4 febbraio spiega che la percentuale attribuita a Vannacci sarebbe addirittura più alta di quella che vorrebbero far credere a Palazzo Chigi, quindi gli consegna un modello politico già confezionato, Nigel Farage. «Vannacci sta a Farage come Meloni stava a Sunak», sostiene, aggiungendo qualcosa di ancora più interessante: «Fossi in lui giocherei questa carta».
A quel punto il soccorso rosso sembra quasi trasformarsi in consulenza strategica. Non più soltanto: attenzione, Vannacci è forte. Ma persino: ecco quale carta dovrebbe giocare.
Due giorni dopo Renzi insiste. Vannacci, dice, «occupa uno spazio che c’è», può raccogliere i delusi della Meloni e rappresenta la «prima crepa» nel centrodestra. Se la destra si divide, aggiunge, il centrosinistra può vincere. Ed è precisamente qui che compare quello che, a mio avviso, è il vero filo rosso di questa storia.
Altro che linee rosse di Futuro Nazionale.
La questione è molto più semplice e non ha bisogno di complotti, incontri segreti o dietrologie. Renzi vuole battere Giorgia Meloni e, per riuscirci, ha interesse che il centrodestra perda una parte dei propri voti alla sua destra. Vannacci, per costruire uno spazio politico autonomo, deve sottrarre voti al centrodestra. Non serve immaginare altro: basta l’aritmetica.
E infatti il 14 giugno il Corriere della Sera pubblica una ricostruzione ancora più esplicita. Secondo esponenti democratici citati dal giornale, Renzi avrebbe illustrato da tempo una strategia fondata proprio sull’utilità di Vannacci per indebolire Meloni. Il quotidiano arriva a descrivere l’ex premier come una sorta di “influencer del generale”: quando l’attenzione mediatica sulla scissione sembrava spegnersi, Renzi avrebbe continuato a ripetere ai giornalisti: «Mi state sottovalutando il Vannacci».
È un retroscena giornalistico e come tale va considerato. Renzi ha inoltre smentito precedenti ricostruzioni del Corriere relative a presunti incontri riservati con Vannacci. Ma, a ben vedere, è proprio questo il punto: per sostenere il ragionamento politico non c’è alcun bisogno di incontri segreti. Ciò che interessa è già tutto pubblico, perché Renzi stesso ha spiegato più volte quale sia il suo interesse politico: un Vannacci fuori dal centrodestra può sottrarre voti al centrodestra e, di conseguenza, aumentare le possibilità del centrosinistra di vincere.
Più trasparente di così.
E arriviamo a Reggio Calabria. Il primo vero test elettorale di Futuro Nazionale produce un risultato molto lontano dalla “Sassonia” evocata alla vigilia: Domenico Giannetta si ferma al 10,94 per cento, mentre il candidato del centrodestra Fabio Roscioli vince con il 51,02. Il centrodestra conserva dunque il collegio nonostante Vannacci e Futuro Nazionale abbiano presentato una candidatura autonoma.
Per qualche ora sembra quindi materializzarsi la domanda politicamente più pericolosa per Futuro Nazionale: e se la destra potesse vincere anche senza Vannacci?
Ed ecco nuovamente la chiamata. San Matteo arriva puntuale.
La sera stessa Renzi va a Otto e mezzo e spiega che non bisogna lasciarsi ingannare da Reggio Calabria. Vannacci, sostiene, a livello nazionale prenderà il 4-5 per cento, abbastanza per far perdere la maggioranza. Il titolo scelto da LA7 è persino più esplicito: «Senza Vannacci la Meloni perderà».
Il meccanismo, a questo punto, merita almeno di essere notato. Quando un risultato rischia di ridimensionare Vannacci, Renzi ne rilancia immediatamente la dimensione nazionale; quando una piazza mostra nove persone, invita a non sottovalutarlo; quando nasce Futuro Nazionale, gli indica Farage come modello; quando il centrodestra dimostra sul campo di poter vincere una suppletiva nonostante la candidatura vannacciana, spiega che alle politiche sarà tutta un’altra storia.
È questa, forse, la vera Vocazione di San Matteo.
Renzi non ha bisogno che Vannacci vinca. Ha bisogno che esista. Non ha bisogno che conquisti il centrodestra, ma che lo divida; non ha bisogno che diventi maggioranza, ma semplicemente che sottragga alla maggioranza quel numero di voti sufficiente a farla perdere. È una differenza fondamentale, perché spiega molto meglio di qualsiasi dietrologia la costanza con la quale l’ex presidente del Consiglio continua a sottolineare il peso politico di Vannacci proprio nei momenti nei quali i fatti rischiano di ridimensionarlo.
Ed è qui che il quadro diventa interessante. Vannacci può tracciare tutte le “linee rosse” che vuole, ma nella politica italiana di oggi sembra essercene una assai più visibile. Anzi, non una linea: un filo rosso.
Un filo che parte dal centrosinistra, attraversa Matteo Renzi e arriva fino a Futuro Nazionale. Non dimostra un accordo e sarebbe sciocco sostenere ciò che non è dimostrabile. Mostra però qualcosa di politicamente molto più semplice e, proprio per questo, più interessante: una convergenza di interessi.
Vannacci ha interesse a indebolire il centrodestra per costruire il proprio spazio politico. Renzi ha interesse che Vannacci indebolisca il centrodestra perché questo aumenta le possibilità del centrosinistra di tornare a vincere. I due possono partire da punti opposti, avere culture politiche diverse, obiettivi finali diversi e persino combattersi pubblicamente. Ma, in questo preciso passaggio, uno ha bisogno dell’altro: il successo della strategia di Vannacci produce esattamente l’effetto politico che Renzi auspica.
Uno tira da una parte, l’altro dall’altra. Ma la corda è la stessa.
E ogni volta che quella corda sembra sul punto di spezzarsi, puntualmente compare Matteo.
Caravaggio avrebbe saputo dipingerla benissimo: la luce che entra, la mano che indica, Matteo che riconosce la chiamata.
La Vocazione di San Matteo.
Nel 2026, molto più prosaicamente, si chiama soccorso rosso a Roberto Vannacci.
Luca Sforzini
Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale















