Rimettere la persona al centro
di Stefano Mambretti
Sono estremamente onorato e grato per la possibilità di partecipare alle iniziative di Rinascimento Nazionale, ritenendo enormemente importante che vi sia uno spazio di riflessione politica che superi il facile slogan televisivo o di comizio.
Soprattutto perché, in questo tempo particolare che viene chiamato “liquido”[1], risulta addirittura vietato avere certezze e chiamare le cose con il proprio nome; esiste una sorta di dittatura del linguaggio, che tende a modificare la realtà e la sua percezione[2]. Ma attenzione: questa “liquidità” produce un senso costante di insicurezza e precarietà, fragilità dei legami sociali, solitudine nonostante l’iperconnessione[3] ed una continua, incessante, necessità di approvazione, che porta inevitabilmente alla frustrazione ed alla perdita di sé. È questo il futuro che vogliamo preparare per i più giovani?
In questo contesto, mi pare invece necessario ritornare a definire una ontologia, e quindi – solo successivamente ed in sequenza – un’etica ed un diritto, a partire dalla nostra Storia. È una forma di resistenza in un mondo come il nostro, molto simile a quello che vide la fine dell’Impero Romano con l’arrivo dei barbari; e, come a quel tempo, è necessario fare come Benedetto da Norcia: separarsi (almeno di tanto in tanto) dall’Impero per poter ritrovare le proprie origini, radici e identità, così da poter essere in prospettiva “sale della terra”[4].
Non si tratta, come sostengono alcuni, di riconoscere i valori dell’Occidente cristiano in modo da usarli come “clava identitaria”. Si tratta, piuttosto, di rileggere l’esperienza cristiana alla luce del suo rapporto costitutivo con la libertà, ed a guardare al cristianesimo non solo come a una religione con duemila anni di cammino alle spalle, ma come una forza generatrice di libertà, di umanità e di pensiero, saldamente radicata nella storia[5], riscoprendo profondità di pensiero.
Si intenda bene: l’obiettivo qui non è quello di proporre una metafisica teista, ciò che rientra tra le scelte e gli ambiti prettamente personali. Si tratta piuttosto di riconoscere che il cristianesimo costituisce la più grande rivoluzione morale della storia umana, una trasformazione così profonda da aver modificato per sempre la coscienza morale dell’Occidente. Il cristianesimo ha introdotto un nuovo valore spirituale nell’intimità della coscienza, dando risalto alla dimensione interiore dell’uomo in un modo che nessuna civiltà precedente aveva mai raggiunto[6].
I valori che abbiamo oggi sono stati costruiti in duemila anni di Storia, con continue “lotte per il riconoscimento” che hanno portato ad un aumento sia dei diritti, sia delle persone detentrici di questi diritti[7]. Ma il “diritto” non deve essere confuso con il “desiderio” e dobbiamo evitare di essere come coloro che “hanno come unica legge l’appagamento delle proprie passioni, per cui chiamano santo tutto quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito quello che non gradiscono”[8].
La società si fonda su un insieme di valori sociali riconosciuti[9] tanto che, se questi non sono presenti, devono essere “creati a tavolino”[10]. L’Italia non ha certamente bisogno di creare nulla: è sufficiente attingere alla nostra Storia per trovare arte, cultura, ingegneria, creatività, … L’italianità è un concetto spesso denigrato in Patria, ma generalmente molto apprezzato all’estero.
Naturalmente occorre proseguire sul percorso tracciato; non è mai bene fermarsi nel cammino di crescita, limitandosi a guardare al passato. Ma dobbiamo costruire il futuro su ciò che siamo ed abbiamo fatto: senza rinnegarlo o volerlo sostituire con altro che non è mai esistito o che non ci appartiene.
Proprio per proseguire su questo cammino, occorre rimettere al centro la Storia dell’Italia e l’Uomo; chi si interroga sui diversi aspetti della vita deve prima chiarire chi è l’Uomo a cui si riferisce. Anche in questo caso, noi abbiamo una Storia ragguardevole alla quale guardare.
Questa premessa, apparentemente teorica e slegata dalla vita reale, ha in realtà conseguenze molto pratiche, che vorrei provare a sviluppare rapidamente portando come esempi alcuni aspetti legati più strettamente alle mie competenze. Altri, potranno portare i loro contributi.
Sempre più frequentemente assistiamo a pretese deresponsabilizzazioni: le scelte che vengono prese sembra che siano obbligate. Alle volte si tratta de “il cambiamento climatico”, altre “l’ambiente”, altre ancora “il mercato” (c’è stato un periodo in cui si sentiva persino dire che “ce lo chiede l’Europa”)[11]. Dietro queste scelte, quindi, pare non esservi nessuno. Ma già Omero ci insegna che il “Nessuno” che acceca Polifemo ha un ben preciso nome e cognome.
Di fatto, in Italia si verificano circa 100 eventi franosi e/o alluvionali ogni anno. In particolare, dal 2010 al 2023: 684 allagamenti, 166 esondazioni, 86 frane rilevanti[12], mentre oltre il 90% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico[13]. Nulla a che vedere, ovviamente, con presunti “eventi eccezionali” o “cambiamento climatico” di cui si nutre la narrazione giornalistica. Se un fenomeno si verifica cento volte in un anno, non può in alcun modo essere considerato “eccezionale”. Si tratta piuttosto di un problema strutturale della nostra organizzazione nazionale, che prevede per i dipendenti meccanismi di premialità, ma mai di penalità. E lo stesso dicasi, in buona misura, per Enti e Uffici che hanno il compito di tutelare le ricchezze del nostro Paese (ma questo può essere esteso a, probabilmente, qualsiasi Ente).
A tacere di posizioni sedicenti ambientaliste ed assurdamente ideologiche. I recenti eventi alluvionali dell’Emilia Romagna, Regione che si è affrettata a dichiararli come “eccezionali”, quando esaminati da vicino, anche da esperti indipendenti nominati dalle Procure[14], si sono rivelati del tutto ordinari. L’ideologia pseudo-ambientalista che ha caratterizzato l’azione politica si è concretizzata nell’applicazione inutilmente restrittiva di una norma europea, che ha portato ad impedire la manutenzione dei corsi d’acqua[15]: con i danni che ne sono conseguiti e che vengono ripagati dalla fiscalità generale, quindi da tutti noi.
Non è accettabile che per la superficialità ideologica di un funzionario o di un politico che inserisce nella normativa il divieto di rimuovere alberi che impediscono il corretto deflusso di un corso d’acqua si generino danni ai beni pubblici e privati, arrivando perfino a provocare decessi. Il vero “ambientalismo” è quello che consente uno sviluppo armonico dell’uomo insieme alla natura; non la loro contrapposizione. Non si tratta di fatalità o di costrizioni: sono scelte fatte da “qualcuno”, che sono veri e propri errori grossolani, e che devono portare a delle penalizzazioni importanti nei confronti di chi li ha compiuti.
Ecco quindi che si torna al punto iniziale. Occorre abbandonare gli slogan e procedere nella costruzione di un’etica ambientale – in questo caso – che parta dalla considerazione della nostra Storia e che sia fondata sui valori Occidentali e quindi sulla centralità della Persona. Solo una volta chiarito l’orizzonte epistemico sarà possibile procedere ad una normazione veramente rispettosa dell’Uomo armonicamente inserito nell’ambiente.
Oggi, credo si sia accesa una luce di speranza. La società civile italiana è, in buona parte, migliore di quella raccontata dagli organi di narrazione. Esiste una piccola e media impresa di eccellenza – purtroppo, poco supportata dalla politica e diplomazia quando cerca di proporsi all’estero; esistono giovani estremamente preparati e di buona volontà – purtroppo costretti ad espatriare, o umiliati con carriere impossibili da perseguire se decidono di restare in Patria; esistono famiglie sane con principi validissimi – purtroppo fatte allontanare dal voto da una classe politica che non è degna di loro.
La difficoltà è costruire. La politica italiana è spesso caratterizzata da una forte divisività, dovuta a contrapposizioni ideologiche, personalismi e polarizzazione del dibattito pubblico. Molti dei leader attuali hanno contribuito a rendere il confronto politico più mediatico e spesso conflittuale. Questa divisività, amplificata dai social media e dalla comunicazione immediata (la ricerca del “like”), rende talvolta difficile il dialogo e la costruzione di soluzioni condivise, influenzando la stabilità e l’efficacia dell’azione di governo. Le attività come quelle del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che prevedono un ripensamento culturale che precede l’attività politica, saranno fondative di un nuovo stile per il perseguimento del Bene Comune.
[1] Zygmunt Bauman “Modernità liquida”, Laterza, 2000.
[2] Ad esempio Guy Deutscher “La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà”, Boringhieri, 2016.
[3] Si veda anche Byung-Chul Han “La scomparsa dei riti” Edizioni Nottetempo, 2021.
[4] Rod Dreher “Opzione Benedetto”, San Paolo, 2018.
[5] Giancristiano Desiderio (Autore), Domenico De Vivo (Autore), Oscar Sanguinetti (Autore), Roberto Spataro (Autore), Antonio Salvatore Romano (Prefazione) “La libertà che feconda. Episodi di storia del cristianesimo” Eurilink University Press, 2026.
[6] Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”, Feltrinelli, prima pubblicazione nel 1942.
[7] Axel Honneth “Lotta per il riconoscimento”, Il Saggiatore, edizione italiana 2002.
[8] Regola di San Benedetto, cap. 1, vv 8-9.
[9] Emile Durkheim “La divisione del lavoro sociale”, prima pubblicazione nel 1893, edizione italiana Il Saggiatore, 2021.
[10] Nel Brasile dei primi anni Quaranta, il presidente Getúlio Vargas ha letteralmente “inventato” il collante sociale che rende il Paese riconoscibile, all’interno ed all’estero: promuovendo la samba, il carnevale, ed i colori verde e oro (prima associati al potere imperiale). Non sono ovviamente solo questi i meriti di quel Presidente, che ha influito profondamente sulla cultura del Paese, ma sono elementi che dimostrano l’importanza di una caratterizzazione per la costruzione di una società unita.
[11] Stefano Mambretti “Uncertainties in Water Engineering Design and Management: The Shortcomings of Technology and the Centrality of the Human Being” WSEAS Transactions on Environment and Development, 2024, DOI: 10.37394/232015.2024.20.54
[12] Rapporto Città Clima 2023 – Speciale Alluvioni https://cittaclima.it/rapporto-citta-clima-2023-speciale-alluvioni/
[13] Ispra “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio” – Edizione 2021 https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/dissesto-idrogeologico-in-italia-pericolosita-e-indicatori-di-rischio-edizione-2021
[14] https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/alluvione-traversara-processatene-10-a3ud1bg5
[15] Gian Battista Vai (Accademia delle Scienze Istituto di Bologna) “Le alluvioni del Maggio 2023 in Romagna, annunciate e temute da 10 anni”, DOI: 10.13140/RG.2.2.14917.67047 sostiene: “…è sconcertante che la Giunta della RER abbia potuto approvare nel 2009 un Disciplinare tecnico per la manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua naturali ed artificiali (… che) è una applicazione speciosa e scorretta della Direttiva CEE che si riferisce solo agli Habitat naturali, mentre tutti i corsi d’acqua arginati regionali sono artificiali. Essa arriva a vietare o limitare tagli arborei, arbustivi in alveo e sfalci negli argini, ciò che indica una tendenza a trascurare la sicurezza idraulica di quei corsi, a scapito della vita e dei beni delle popolazioni della pianura.”
