Ringrazio il collega professor Bernardini per questo stimolante contributo.
Condivido pienamente il giudizio sull’apporto che il generale Vannacci può dare alla politica: la maggioranza degli italiani vogliono persone nuove, non compromesse, non politici di professione che non hanno mai realmente lavorato; essi auspicano vere personalità che abbiano mostrato nel lavoro, nelle professioni e nel servizio allo Stato il loro valore. Aggiungerei che Roberto Vannacci è qualcosa di più di Berlusconi che era un imprenditore, ma non certo un servitore dello Stato e della Patria al massimo livello come il generale.
Condivido pienamente il giudizio sulla gravissima crisi demografica, economica, sociale, anche culturale che vive il nostro Paese e in generale l’Europa, crisi che potrebbe gradualmente portare ad una sostituzione etnica e alla scomparsa della nostra civiltà se non si invertirà la tendenza.
Condivido anche l’elenco delle sfide da affrontare e il richiamo alla necessità di riprendere i rapporti con la Russia. Come storico delle relazioni internazionali e della politica estera conosco bene l’importanza della Russia per l’Europa. I nostri politici al governo e all’opposizione ignorano che anche Mussolini era convinto dell’importanza di avere proficui rapporti commerciali ed economici con l’Unione Sovietica considerata l’importanza di ottenere materie prime a buon prezzo; egli perse di pochissimo una sorta di gara con la Gran Bretagna per essere il primo Paese vincitore della Prima guerra mondiale a riconoscere ufficialmente l’Urss. Ad Hitler dopo l’avvento al potere di quest’ultimo comunicò che la sua politica era stata di lotta senza quartiere al comunismo in Patria, ma rapporti normali con Mosca. Non parliamo poi dei rapporti economici che ha avuto la Repubblica italiana con l’Urss, almeno da Enrico Mattei in poi, e di come i governi italiani abbiano sempre cercato di mediare e favorire la distensione pur nella fedeltà all’Alleanza Atlantica. Mario Scelba, forse il più anticomunista dei politici democristiani, fece comunicare all’allora leader sovietico Kruscev di essere ostile all’ideologia comunista e a un suo successo in Italia, ma di non aver nulla contro lo Stato sovietico e le sue popolazioni. Egli avrebbe voluto essere il primo presidente del Consiglio italiano a visitare l’Urss; non ci riuscì perché il suo governo cadde prima di poter attuare questo progetto.
Non condivido assolutamente la condanna implicita del Risorgimento che non viene mai nominato e dell’Unità d’Italia del 1861 definita priva di un patto fondativo tra gli italiani e compiuta da una dinastia di origine francese e con l’aiuto dello straniero. È vero che il Risorgimento venne fatto da élites e i contadini che erano la stragrande maggioranza della popolazione (circa il 70% della popolazione attiva era nel settore agricolo segnatamente nel Sud, ma notevole anche in alcune aree del Nord come il Veneto) erano indifferenti e forse contrari. Ma queste masse erano analfabete: il tasso totale di analfabetismo in Italia era allora del 78%; anche il tasso di povertà era altissimo; le classi educate e colte, gli intellettuali, la borghesia, gli imprenditori, gli studenti erano patriottiche e favorevoli all’unità. Certamente furono fatti errori, ma non si può escludere dalla nostra storia nazionale e dalla nostra identità il Risorgimento e grandi italiani come Cavour, Garibaldi, e in misura diversa Mazzini e Vittorio Emanuele II. Essi, pur con differenze e contrasti, erano patrioti che riuscirono ad unificare l’Italia per la prima volta dalla fine dell’Impero romano d’Occidente. Dovremmo anche ricordare i tanti patrioti che dettero la vita per l’unità d’Italia nelle guerre e nelle lotte del Risorgimento. Tutte le nazioni per diventare indipendenti da una grande potenza hanno avuto bisogno di un aiuto esterno. Le tredici colonie dell’Impero britannico in America settentrionale non sarebbero mai diventate indipendenti e creato gli Stati Uniti d’America se Francia e Spagna non fossero intervenute al loro fianco e dichiarato guerra a Londra nella speranza di riprendersi i territori perduti nelle guerre precedenti. In realtà Cavour compì un capolavoro diplomatico servendosi della Francia di Napoleone III che credeva di sfruttare il Piemonte per sostituire alla preponderanza austriaca sulla Penisola quella francese. Infatti, l’imperatore dei francesi aveva intenzione di creare una Confederazione di Stati italiani controllata dalla Francia: non l’unificazione.
Giusto ricordare che in Italia esistono anche le identità locali e regionali e tenerne conto, ma l’idea di creare in Italia 20 Stati federali o addirittura indipendenti non mi sembra fondata. È vero che c’è stata l’unione dei comuni lombardi in lotta vittoriosa contro l’imperatore Federico Barbarossa, ma i comuni e gli Stati italiani si sono anche fatti molteplici guerre, come nella prima metà del XV secolo, per non parlare delle guerre secolari tra Siena e Firenze per il predominio in Toscana.
Si fa l’esempio degli Stati Uniti che sono una Repubblica Federale di 50 Stati; tuttavia anche lì il potere esecutivo e legislativo reale è del Presidente e del Congresso di Washington così come la politica estera e di difesa e in gran parte la politica economica. In realtà, per evitare il crollo dell’Unione e la secessione degli Stati meridionali gli Stati Uniti dovettero fare una terribile guerra civile. Se la secessione avesse avuto successo essi non sarebbero mai diventati una super potenza e Francia e Gran Bretagna che parteggiavano per il Sud avrebbero ancora un ruolo importante nell’America Settentrionale.
In realtà, un movimento che si chiama Futuro nazionale non può non considerare il Risorgimento e la storia italiana come parte importanti dell’identità nazionale e non andrebbe assolutamente condannato o dimenticato lo Stato liberale che creò l’Italia unita. Esso era liberale perché garantiva le libertà personali, di stampa etc. e un governo parlamentare, ma fondamentalmente era monarchico-conservatore. Era in forte contrasto con il Vaticano che non voleva rinunciare al potere temporale e a Roma, ma il primo articolo dello Statuto Albertino, poi adottato dal Regno d’Italia, stabiliva che la religione cattolica era la religione ufficiale del Regno anche se gli altri culti religiosi erano consentiti. Lo Stato liberale italiano vinse la Prima guerra mondiale dimostrando forza e coesione in particolare dopo la grave sconfitta di Caporetto quando non avvenne una rivoluzione, ma al contrario gli italiani si strinsero in difesa della Patria. Tuttavia, come è noto, non riuscì a fronteggiare la grave crisi del primo dopoguerra.
Federico Scarano
(Prof. ordinario di Storia delle relazioni internazionali)
