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MA SE I “PADRI COSTITUENTI” AVESSERO SAPUTO CHE…? di Francesco Marino

MA SE I “PADRI COSTITUENTI” AVESSERO SAPUTO CHE…?
di Francesco Marino

Un breve scampanellio fece alzare lo sguardo dei presenti verso un schermo appeso a una parete sul quale comparve la scritta: “7 giallo”.
Una voce roca con tono agitato esclamò: “Non chiamano mai bianchi, sono due ore che aspetto!” Quella voce era uscita da una bocca contornata da labbra carnose, truccate vistosamente di rosso che spiccavano sulla pelle nera, una calzamaglia aderente, nera anch’essa, ne fasciava a fatica il corpo che sul petto luccicava di sudore. Nel dire quella frase si sollevò dalla sedia e con lo sguardo cercò una approvazione che non ottenne perché la maggior parte dei presenti aveva lo sguardo chino sul proprio cellulare. Trascorsa mezz’ora circa, si ripeté la stessa scena; con voce gentile mi rivolsi a lei:
“Signora, i numeri bianchi sono i meno urgenti, ci vuol pazienza, guardi quanti siamo, e come vede medici e infermiere non si fermano mai!” “E allora ci vogliono più dottori!” Rispose.
“Medici e infermieri costano e garantire a tutti il servizio sanitario gratuito ha per lo Stato Italiano un costo spaventoso.” “Non è un mio problema, io ho diritto all’assistenza, me l’hanno detto appena arrivata in Italia!” Respirai a fondo, non sapevo se fosse più saggio tacere o rispondere, decisi di farlo con voce calma: “Se le persone che ottant’anni fa scrissero che la salute è un diritto fondamentale e gratuito, avessero saputo che in Italia sarebbero arrivate decine di milioni di persone che, senza aver pagato tasse né loro né i loro avi, avrebbero pesantemente utilizzato il SSN, probabilmente non avrebbero scritto l’art. 32 in questo modo!” “Signora” così proseguii, “Lei dovrebbe ringraziare chi sta pagando perché lei possa avere a disposizione un medico!” “Noi non dobbiamo ringraziare nessuno!” Intervenne un signore alla mia sinistra con un dito fasciato e lineamenti nord africani. “Io lavoro!” aggiunse. “Mi fa piacere che lei lavori, ma per uno che lavora quanti altri passano il tempo a far niente?” “La colpa è vostra, si guadagna di più con i sussidi che a lavorare, da noi se non lavori muori di fame!” Alcune sedie più in là si alzò un’altra voce: “Io lavoro in nero, così continuo a prendere i sussidi e guadagno abbastanza e mando dei soldi a casa!” Accompagnò la sua frase con un’espressione compiaciuta. “Voi italiani dovete accoglierci, lo dice anche il vostro Papa e il vostro Presidente, noi lo sappiamo, per questo veniamo qui. Quando ci hanno presi dal gommone e caricati sulla nave ci hanno dato un foglio con scritti tutti i nostri i diritti!” Disse “dito fasciato.”
Questo martellante uso della parola “diritti” prevalse sul mio spirito razionale e non riuscii più a trattenermi: “Quelle persone che ottanta anni fa scrissero la nostra Costituzione saggiamente la orientarono sui “diritti”, questo perché a quel tempo si viveva di “pane e doveri” sul lavoro, a scuola e a casa, il massimo della concessione era “prima i doveri e dopo i diritti”, come dire prima il pane e solo dopo, forse, il cioccolato! Oggi questo paradigma è stato completamente ribaltato, infatti voi tutti affermate solo diritti, la parola dovere nessuno l’ha pronunciata!”
Un ricordo, a quel punto, sovrastò i miei pensieri, e li avvolse al punto da non sentir più i commenti alla mia frase. Era l’autunno seguente al mio diploma di Perito, e avevo appena preso servizio presso una fonderia. Era la tarda mattinata allorché sentii un discorsetto che il capo officina, con tono fermo, rivolse a un operaio: “Pasquale stammi bene a sentire, se è stata messa qui in officina la macchina del caffè, vuol dire che noi abbiamo il diritto a una breve pausa per gustarci un caffè, però non posso accettare che ogni volta che passo qui vicino tu sia sempre attaccato a questa macchinetta a tener banco con chi altro si trovi qui, così non solo batti la fiacca tu, ma non fai lavorare neanche gli altri!” Pasquale non guardò negli occhi il sig. G., il capo officina; per farlo sarebbe dovuto salire su uno sgabello, G. era stato un ottimo giocatore di pallacanestro e il suo sguardo, la sua voce trasudavano austerità! Ma la ramanzina era solo all’inizio: “Tu, in quanto sindacalista, e io militante del PCI (per i giovani… Partito Comunista Italiano) abbiamo il dovere di dare l’esempio, facendo il nostro dovere ci guadagniamo di che vivere senza sfruttare gli altri e il nostro lavoro deve esser fatto al meglio perché solo così abbiamo la credibilità necessaria per battere i pugni sul tavolo per i nostri diritti!”
Quel discorso, l’autorevolezza con la quale fu tenuto segnò profondamente il mio modo di pensare, col tempo il sig. G. e io sperimentammo il piacere di lavorare insieme e anche quello di scambiare le nostre idee. Nell’aria c’era già odore di ’68 e, fra non molto, i sessantottini avrebbero deriso nelle piazze le lavoratrici e i lavoratori dello “stampo” del sig. G. al grido di “sacrifici e serietà!”
Ormai ero preda di una sorta di “trance mistico” mi venne in mente che l’asburgico De Gasperi andò a trattare il Piano Marshall col Segretario di Stato G. Marshall ai tempi della presidenza Truman, il famoso viaggio del pane, vestito di un cappotto consunto sdrucito ma pulito e con scarpe talmente consumate da esser tenute insieme dal lucido di scarpe. Togliatti, allorché si sentiva oberato da difficili decisioni, si rifugiava a Cogne, uno scrigno di umili ma dignitose casette circondate da ghiacci e alte montagne, prendeva alloggio in una vecchia pensione che profumava di minestra, non vestiva abiti high-tech ma scarponi simili alle scarpe di De Gasperi e una giacca di panno con le pezze sui gomiti per coprire i buchi e gli immancabili pantaloni alla zuava! Non solo scarpe e abiti li accomunavano, ma anche sobrietà, competenza e uno schietto amor di patria; non c’era posto per i personalismi.
Fu un vociare da mercato tipo Suq di Marrakech che mi riportò alla realtà di quella sala, fra quel vociare una voce si levò più alta e con sicuro accento albanese gridò: “ Non passerà molto tempo che comanderemo noi, il prossimo sindaco deve essere albanese!” Qualcuno batté le mani, altri lo insultarono. “Labbra rosso fuoco”, ancora in attesa del 27 bianco, gli gridò: “Tu sei pazzo se pensi che noi ti votiamo!” Poi, quasi sottovoce, “dito fasciato” mi disse: “L’albanese non ha capito, noi vogliamo fare qualcosa di più, applicheremo la sharia, l’Italia diventerà una repubblica islamica, studiate il Corano così capirete… ci state già costruendo le moschee con i vostri soldi…ahahah!” “Tu sei solo un misero fanatico, anche voi dovreste studiare…a iniziare dalla battaglia di Poitiers, vi ricacceremo a casa vostra nel rispetto della nostra Costituzione che è laica!” Risposi.
Mentre pensavo che sotto questo aspetto la nostra Carta fosse davvero attuale, vidi dirigersi verso me la guardia giurata: “Tu la devi smettere di provocare! Guarda che casino che hai combinato, son tutti agitati… ci manca solo che scoppi una rissa, è tutta colpa tua!” “No!” Risposi “Per colpa di chi non ha voluto vigilare sull’immigrazione clandestina!

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