Il nucleare non è nostalgia: è sovranità energetica
Perché l’Italia dovrebbe riaprire il dossier dell’atomo civile senza slogan, senza scorciatoie e senza complessi di inferiorità.
L’energia non è un tema per soli specialisti. È il rumore di fondo di una nazione: decide quanto costa produrre acciaio, raffreddare un data center, muovere un treno, tenere aperto un ospedale, scaldare una casa. Quando costa troppo, l’industria perde margine. Quando dipende troppo dall’estero, la politica perde libertà. Quando è instabile, tutto il resto diventa più fragile.
Per questo il ritorno al nucleare civile non dovrebbe essere trattato come una provocazione culturale, né come un residuo del Novecento. La domanda è più concreta: un Paese manifatturiero, esposto al prezzo del gas e costretto a importare una parte rilevante della propria elettricità, può permettersi di escludere per principio una fonte programmabile, a basse emissioni, già usata da molti dei suoi partner europei?
La risposta più seria è no. Non perché il nucleare sia una bacchetta magica. Al contrario: perché è una tecnologia difficile, costosa all’inizio, lenta da autorizzare e da costruire. Proprio per questo va discussa senza propaganda. Ma offre al sistema elettrico una cosa che oggi vale moltissimo: potenza stabile, non dipendente dal meteo e non agganciata al prezzo quotidiano del gas.
Il dato italiano: importiamo energia e importiamo vulnerabilità
Nel 2024 il fabbisogno elettrico italiano è stato pari a 311,9 TWh. La produzione netta nazionale si è fermata a 263,2 TWh, mentre l’import ha raggiunto 55,9 TWh. Sono numeri Terna, non impressioni. Descrivono un Paese che continua a comprare dall’estero una quota significativa dell’energia che consuma.
Il 2025 non ha cambiato la fotografia di fondo: la richiesta elettrica è rimasta intorno a 311,3 TWh. Nei primi cinque mesi del 2026, però, la domanda è tornata a crescere del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, arrivando a 128.637 GWh. Non è un dettaglio statistico. Pompe di calore, mobilità elettrica, climatizzazione, industria digitale, data center e intelligenza artificiale stanno aumentando il peso dell’elettricità nella vita economica.
A maggio 2026 le rinnovabili hanno coperto il 52,8% del fabbisogno mensile e il fotovoltaico ha superato i 6 TWh in un solo mese. È un risultato importante. Nello stesso mese, però, l’idroelettrico rinnovabile è sceso del 38,5% rispetto a maggio 2025 e la produzione termica è aumentata del 9%. Il sistema elettrico non vive di medie annuali: deve funzionare nelle ore giuste, nei giorni senza vento, nei mesi con poca acqua, nelle punte di domanda.
Il segnale economico va nella stessa direzione. Per maggio 2026 Terna stima un controvalore dei programmi in prelievo sul Mercato del Giorno Prima di circa 2,6 miliardi di euro, in aumento del 30% rispetto a maggio 2025. ARERA, aggiornando la Maggior Tutela per il terzo trimestre 2026, ha registrato un aumento del 4,6% per il cliente tipo vulnerabile, dovuto a prezzi all’ingrosso attesi più alti, costi del mercato della capacità e adeguamento degli oneri di sistema. È la fragilità del sistema che diventa bolletta.
Dire che le rinnovabili sono necessarie è corretto. Dire che bastano da sole è un atto di fede. Servono reti, accumuli, autorizzazioni più rapide, contratti di lungo periodo e migliore gestione della domanda. Ma serve anche una quota di produzione stabile e a basse emissioni. È qui che il nucleare torna a essere una scelta razionale, non ideologica.
Il nucleare nel mondo non è un esperimento
Nel 2024, secondo la banca dati PRIS dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il nucleare mondiale ha prodotto 2.617,5 TWh. Al 30 giugno 2026 risultavano operativi 417 reattori, per 379,7 GW elettrici di capacità netta. Non è la fonte dominante, ma è una delle grandi fonti a basse emissioni già disponibili su scala industriale.
L’Agenzia internazionale dell’energia stima che la generazione nucleare mondiale tocchi un nuovo massimo nel 2025. A livello globale, i reattori in costruzione sono oltre settanta secondo PRIS, con una concentrazione forte in Asia. Questo spostamento non è neutrale: se l’Europa rinuncia a costruire competenze e impianti, non diventa più moderna. Diventa più dipendente da tecnologie, componenti e decisioni prese altrove.
Nell’Unione europea il nucleare resta intorno al 23% del mix elettrico. Dodici Stati membri hanno reattori operativi. La Francia nel 2024 ha coperto con il nucleare il 67,3% della propria produzione elettrica. Non significa che l’Italia debba copiare il modello francese degli anni Settanta. Significa però che l’atomo civile è già parte della sicurezza elettrica europea, anche quando il dibattito italiano finge che sia un relitto del passato.
La vera posta in gioco è il gas
Il bersaglio principale non è il pannello solare, né la pala eolica. Il bersaglio è la dipendenza dal gas nella sicurezza del sistema e nella formazione del prezzo. In Italia il gas continua a svolgere una funzione decisiva: copre flessibilità, domanda residua e continuità quando le altre fonti non bastano. Per questo anche un Paese pieno di rinnovabili può continuare a pagare una bolletta influenzata dal gas.
Il nucleare non abbassa le bollette domani mattina. Chi lo promette rende un cattivo servizio alla causa. Nel medio e lungo periodo, però, può ridurre il peso del gas come fonte chiamata a chiudere il sistema. Una quota stabile di produzione a basse emissioni, con costi variabili contenuti e combustibile poco incidente sul costo finale del kWh, cambia la struttura del mercato. Non cancella il gas, ma gli toglie centralità.
Il fatto che ARERA abbia aperto a fine giugno 2026 una consultazione su misure transitorie per ridurre i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica, ai sensi del decreto-legge bollette 20 febbraio 2026, n. 21, conferma il punto: il problema non è solo ambientale, è economico e industriale. Se il sistema resta dipendente dalla fonte marginale più costosa nelle ore critiche, il Paese può installare nuova capacità rinnovabile e continuare comunque a inseguire emergenze di prezzo.
Il punto politico è questo: non si tratta di scegliere tra sole, vento e atomo. Si tratta di scegliere se l’Italia vuole governare il proprio mix o subirlo. Un Paese che importa energia importa anche vulnerabilità. Se vuole restare manifatturiero, non può affidare la propria competitività a un solo dogma tecnologico.
Niente scorciatoie: costi, tempi e rifiuti vanno detti
La difesa seria del nucleare comincia togliendo dal tavolo le promesse deboli. In Italia non ci sono centrali da riaccendere. C’è da ricostruire un quadro normativo, regolatorio, industriale e sociale. C’è da formare personale. C’è da scegliere una tecnologia. C’è da individuare un modello finanziario. C’è da affrontare il deposito nazionale, che serve comunque anche per i rifiuti radioattivi già esistenti.
Il nucleare nuovo richiede molto capitale all’inizio. L’IEA ricorda che gli investimenti globali nel settore superano i 60 miliardi di dollari l’anno, ma segnala anche il problema del costo del capitale, dei ritardi e della catena di fornitura. In Europa e negli Stati Uniti i grandi cantieri recenti hanno spesso pagato la perdita di continuità industriale: quando una filiera smette di costruire per decenni, ricominciare costa di più.
Anche i rifiuti non vanno liquidati con frasi rassicuranti. I volumi sono limitati rispetto alle filiere fossili, ma la responsabilità dura nel tempo. La tecnologia di gestione esiste, la disciplina internazionale pure; ciò che spesso manca è la capacità politica di decidere. Un Paese che vuole tornare al nucleare deve dire prima come gestisce combustibile, depositi, trasporti, controlli e responsabilità.
Queste cautele non indeboliscono una posizione favorevole al nucleare. La rendono adulta. Un argomento politico è forte quando non ha bisogno di nascondere i costi. La domanda non è se il nucleare sia facile. La domanda è se l’Italia possa permettersi di non fare nulla mentre altri Paesi consolidano le fonti programmabili e si preparano a un’elettricità sempre più centrale nell’economia.
SMR, quarta generazione e fusione: non sono la stessa cosa
Nel dibattito pubblico si mescolano spesso tre piani diversi: SMR, reattori avanzati e fusione. È un errore che produce aspettative sbagliate.
Gli SMR, reattori modulari di piccola taglia, sono più piccoli delle grandi centrali tradizionali. La promessa industriale è la modularità: componenti standardizzati, minore rischio di cantiere, taglie adattabili a usi elettrici e industriali. La Commissione europea ha lanciato la European Industrial Alliance on SMRs e stima per gli SMR europei un potenziale tra 17 e 53 GW al 2050, con i primi progetti attesi nei primi anni Trenta. È una traiettoria interessante, non una soluzione pronta da comprare domani.
I reattori avanzati e di quarta generazione puntano a migliorare sicurezza, uso del combustibile, calore industriale e gestione di parte del combustibile esausto. Sono un terreno nel quale l’Italia può avere spazio industriale, soprattutto nella componentistica, nei materiali, nell’ingegneria e nella ricerca. Ma hanno un rischio tecnologico e autorizzativo più alto.
La fusione, infine, è un’altra partita. Merita ricerca, investimenti e orgoglio scientifico. Non deve però diventare un alibi per rimandare le decisioni sulla fissione, sulle reti, sul gas e sugli accumuli. Chi dice ‘aspettiamo la fusione’ spesso non sta scegliendo il futuro: sta evitando il presente.
La finestra italiana si sta riaprendo
Il percorso normativo italiano si è mosso. Il disegno di legge delega in materia di energia nucleare sostenibile, presentato il 17 ottobre 2025, è stato approvato dalla Camera il 4 giugno 2026 e trasmesso al Senato l’8 giugno. Al 1 luglio 2026 non è una legge: è un testo in esame a Palazzo Madama come A.S. 1924, dentro un lavoro congiunto con altri disegni di legge sulla stessa materia.
La Commissione Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni e innovazione tecnologica del Senato ha avviato l’esame il 23 giugno 2026. Nella settimana successiva sono partite audizioni dense: il 30 giugno Confindustria, Confimi Industria, Newcleo, SOGIN, ARERA, INFN, CNR, ENEA, Coordinamento FREE e AIEE; il 1 luglio Nuclitalia, WWF, Legambiente, Greenpeace, Ecco, ISIN, Kyoto Club, ISDE e comitati contrari al nucleare. È un passaggio importante perché sposta il tema dalla dichiarazione politica alla verifica pubblica di costi, sicurezza, rifiuti, filiera e alternative.
Questo passaggio va raccontato senza enfasi inutile. Una legge delega non produce megawatt. Produce, se fatta bene, le condizioni per decidere. E oggi l’Italia ha bisogno soprattutto di tornare capace di decidere. La filiera nucleare non si improvvisa con un annuncio: richiede università, imprese, autorità indipendente, cultura della sicurezza, standard tecnici, alleanze internazionali e contratti di lungo periodo.
La scelta più sbagliata sarebbe trasformare il nucleare in una bandiera da campagna permanente. La scelta più utile sarebbe farne un programma nazionale con tempi espliciti: entro pochi anni regole e autorità; entro la fine del decennio partecipazione industriale a progetti europei; dagli anni Trenta sperimentazione e primi cantieri, se sostenibili; verso il 2040 una quota reale di potenza programmabile a basse emissioni, capace di ridurre il ruolo strutturale del gas.
Una posizione nazionale, non una nostalgia
Il nucleare non è il contrario delle rinnovabili. È il contrario della dipendenza. Un sistema maturo usa ogni fonte per ciò che sa fare meglio: sole e vento quando producono bene, idroelettrico dove c’è risorsa, accumuli dove servono, reti dove oggi mancano, gas nel transitorio, nucleare per dare stabilità a basse emissioni al cuore del sistema.
La linea più credibile per l’Italia è quindi accelerare subito su rinnovabili, reti e accumuli; gestire il gas come fonte di transizione senza consegnargli per sempre il prezzo del sistema; riaprire il nucleare civile come politica industriale, scientifica e di sicurezza nazionale. Non c’è contraddizione. C’è realismo.
Un Paese sovrano non è quello che recita formule contro l’ambientalismo o contro il mercato. È quello che costruisce capacità. Capacità di produrre energia, di controllare filiere, di formare tecnici, di regolare rischi, di dire ai territori la verità e di sostenere i costi di una scelta lunga. La sovranità non è un aggettivo. È un’infrastruttura.
Per questo l’Italia dovrebbe smettere di trattare il nucleare come una parola impronunciabile. Non perché l’atomo sia tutta la risposta, ma perché senza l’atomo civile il ventaglio delle opzioni resta più povero, più fragile e più dipendente. Come la nostra nazione.
