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REMIGRAZIONE? LO SOSTENEVA GIA’ TOMMASO MORO IN UTOPIA

REMIGRAZIONE?

LO SOSTENEVA GIA’ TOMMASO MORO IN UTOPIA

 

Tommaso Moro fu politico e filosofo. Amico di Erasmo da Rotterdam, venne martirizzato da Enrico VIII nel 1535. Per le virtù e il sacrificio della vita fu beatificato da Leone XIII, nel 1886, e santificato da Pio XI, nel 1935.

È venerato dalla Chiesa cattolica e da quella anglicana.

IL MORO POLITICO

Nel 1529, diventa cancelliere del re (il primo laico a rivestire l’alta carica governativa). Svolge il mandato con grande senso di giustizia, in un’epoca in cui ciò non era affatto scontato: in Inghilterra, nei primi decenni del Cinquecento, infatti, si registravano squilibri sociali, gravi disuguaglianze, speculazioni economiche.

È uomo retto, rigoroso, esigente, anzitutto verso se stesso. Al re, che rispetta, tributa, sì, obbedienza, ma relativa; riserva quella assoluta solo a Dio: se il sovrano regna secondo i dettami del Vangelo e nel rispetto della legge, i suoi comandi vanno ottemperati; se gli imperativi sconfinano nell’arbitrio, comandano ciò che è illecito, il politico deve ritirarsi, chiudersi in un silenzio eloquente, non potendo approvare pubblicamente e attivamente qualcosa di malvagio.

IL MORO FILOSOFO

Utopia è la sua opera più conosciuta: uno scritto umanistico in cui un’altra realtà (più bella) viene immaginata, con lo scopo di tendere al miglioramento. Essa nasce da un’analisi reale e sociale dell’Inghilterra del tempo, in cui si staglia una critica alla giustizia penale (definita blanda e indulgente verso i potenti; rapida e inesorabile verso il popolo, spesso portatore di colpe veniali) e vi si denuncia l’avidità dell’industrialismo nascente e lo sfruttamento del lavoro.

Moro immagina una comunità ideale in cui il lavoro è limitato a sei ore al giorno; la proprietà privata (se abolita viene meno l’egoismo, pensava Platone; è reazione alla tirannia e alla perversione del sistema economico, pensa Moro), l’ozio, la vanità, l’intolleranza e il lusso sono banditi; la religione è libera (ma ogni abitante deve necessariamente credere); i rapporti comunitari sono basati su carità operosa, solidarietà e aiuto reciproco; l’immigrazione è fortemente regolamentata, addirittura è prevista una sorta di remigrazione.

È un’opera da leggere, perché apre la mente!

GLI STRANIERI

In Utopia, Moro delinea una gestione pragmatica, rigida e fortemente condizionata dello straniero: l’integrazione non è considerata un diritto incondizionato, ma un processo basato sull’assimilazione culturale e sulla sottomissione alle severe leggi comunitarie; lo straniero è benvenuto, ma solo se utile all’economia, rispettoso della rigida morale pubblica e pronto a integrarsi.

I casi ammessi sono due: gl’immigrati volontari in cerca di lavoro e i visitatori.

Nel primo, Moro descrive una categoria specifica di stranieri (poveri o condannati a morte nei paesi d’origine), i quali scelgono liberamente di trasferirsi a Utopia. Viene loro garantito lo status di schiavi volontari (condizione comunque migliore rispetto alla miseria o alla morte che rischiavano nel loro paese d’origine); un trattamento dignitoso e umano, lievemente più faticoso rispetto ai cittadini liberi; la libertà di recesso (se un lavoratore straniero decide di lasciare l’isola, non viene trattenuto contro la sua volontà, ma congedato con onore e con un compenso in denaro per il viaggio e per ricominciare altrove).

Nel secondo, ai visitatori (mercanti, dotti o viaggiatori come il protagonista Raffaele Itlodeo), l’accesso è rigidamente regolamentato: quelli che arrivano malati vengono curati gratuitamente e con la massima dedizione; quelli sani non possono circolare liberamente né oziare e per muoversi devono avere un passaporto, pena severe punizioni.

UN PARALLELO CON L’OGGI

Fare un parallelo tra il pensiero politico di Futuro Nazionale e l’opera di Tommaso Moro è possibile, nonostante i cinque secoli di distanza e le profonde differenze di contesto (un’opera filosofica umanistica contro un programma politico contemporaneo), alla luce delle convergenze sul piano teorico, in quanto entrambi i modelli rifiutano il multiculturalismo e condividono una visione stringente in cui lo straniero non ha un diritto innato all’integrazione e la stabilità della comunità si fonda sull’ omogeneità culturale e valoriale della popolazione. Convergenza evidente nel rifiuto di un modello d’integrazione a favore di un’assimilazione culturale radicale dello straniero, che deve condividere totalmente le regole alla base della convivenza comunitaria.

Lo straniero, oggi, deve conoscere la lingua, la storia e la civiltà italiane, proprio come allora Moro sosteneva per le colonie, in cui gli stranieri venivano accolti a un’unica condizione: fondersi e adottare integralmente le leggi e i costumi degli utopiani, senza mantenere tradizioni o norme differenti all’interno dello stesso spazio comunitario. Insomma, chi contrasta la cultura di una comunità non può far parte della medesima, perché ne mina la sopravvivenza. Teoria che sostenne anche il politologo Giovanni Sartori con l’affermazione: «non abbiamo bisogno di contro-cittadini».

Questa non è l’unica convergenza, perché, sia nel testo moreano sia nelle linee programmatiche del Generale, lo straniero viene valutato attraverso una lente funzionale e utilitaristica, operando una netta distinzione tra l’immigrazione di talenti e professionisti (considerata positiva e compatibile oggi come allora) e quella dei delinquenti, di chi non ha né arte né parte, percepita come minaccia per lo Stato.

Moro applica un filtro agli stranieri che chiedono di entrare nell’isola, ammettendo l’accesso ai dotti (come il viaggiatore Itlodeo) e ai lavoratori che scelgono di farlo onestamente, specificando che questi ultimi sono accolti favorevolmente, perché abituati alla fatica e disposti a svolgere lavori pesanti per il bene della comunità, colmando i bisogni economici dell’isola.

Il punto d’incontro più sorprendente è, però, quello dell’allontanamento coatto: proprio dove Futuro Nazionale introduce nel dibattito politico il concetto di remigrazione (rimpatrio non solo dei clandestini o di chi delinque, ma anche di coloro le cui culture sono ritenute intrinsecamente incompatibili con i valori nazionali, citando spesso, a titolo di esempio, chi vorrebbe l’applicazione della Sharia in Italia), Moro prevede che vengano allontanati gli stranieri che non si assimilano, dando loro un contributo economico per cercare fortuna altrove.

Sebbene i due pensieri poggino su due pilastri differenti (uno reale, che si basa sulla difesa della tradizione storica e culturale del popolo italiano, e uno artificiale, che si fonda su una dottrina filosofico-politica), le convergenze sono sorprendenti e utili per ragionare.

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