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Durkheim si è fermato a Grumo Nevano: cronaca di un’anomia in diretta social in una piazza del napoletano

In una piazza di Grumo Nevano, ieri pomeriggio, una lite tra un gruppo di giovani e alcuni anziani è degenerata in pochi istanti. La causa scatenante resta incerta — insulti, spintoni, forse la vetrata di un circolo per anziani mandata in frantumi. Quel che è certo è l’esito: un diciottenne ha colpito ripetutamente un uomo a pugni, e un settantenne, intervenuto per separarli, ha perso l’equilibrio ed è caduto a terra. Mentre era a terra ha ricevuto un calcio in pieno volto. Ha perso i sensi, ha battuto la testa sull’asfalto, è rimasto immobile e sanguinante.

Una donna che passava di lì con la figlia ha ripreso la scena col telefono; il video è circolato in poche ore, ed è stato proprio grazie a quelle immagini, incrociate con le telecamere di sorveglianza, che i carabinieri della stazione di Grumo Nevano hanno identificato e arrestato il giovane, ora accusato di tentato omicidio. Il settantenne è ricoverato all’ospedale di Frattamaggiore, in prognosi riservata.

Il fatto, di per sé, non richiede enfasi. Richiede piuttosto una lettura che non si esaurisca nell’orrore del gesto.

Émile Durkheim, sul finire dell’Ottocento, chiamò anomia lo stato di deregolamentazione normativa in cui le società moderne rischiano di precipitare. Nella Divisione del lavoro sociale, e più ancora ne Il suicidio, descrisse una condizione in cui le regole collettive che ordinano i desideri individuali si allentano, fino a diventare incerte o contraddittorie. Quando la società non riesce più a fissare limiti chiari a ciò che è lecito volere e fare, l’individuo resta esposto a impulsi che nessuna mediazione esterna contiene. Non si tratta di semplice assenza di leggi, ma della dissoluzione del legame tra norma e coscienza collettiva — un processo che Durkheim osservava nelle società segnate da rapida industrializzazione, mobilità sociale e individualismo crescente. L’anomia produce disorientamento e, in certi casi, violenza o autodistruzione, perché l’uomo non trova più punti di riferimento capaci di contenere le proprie pulsioni.

Quella diagnosi, oggi, non si è attenuata: si è estesa e inasprita. Nella condizione che chiamiamo postmoderna le norme non sono soltanto indebolite — sono frammentate, spesso in reciproco conflitto, raramente condivise in modo stabile. Il rispetto intergenerazionale, che un tempo funzionava come regolatore implicito dello spazio pubblico, ha perso la sua forza vincolante. L’anziano che interviene non è più riconosciuto come portatore di un’autorità minima: diventa un ostacolo da rimuovere. Il giovane che calcia non agisce necessariamente per odio strutturato o ideologia. Agisce in un vuoto di misura, dove la forza appare come la risposta più immediata — e, in quel momento, l’unica disponibile.

Il video, in questo schema, non è un dettaglio marginale: è parte del meccanismo. L’immagine circola, viene commentata, genera reazioni che talvolta giustificano il gesto, altre volte lo minimizzano. Durkheim non poteva prevedere i social network, ma aveva già intuito che l’anomia si nutre anche dell’assenza di un giudizio collettivo condiviso. Quando il giudizio pubblico si frantuma in opinioni private e istantanee, la violenza non trova più un argine morale esterno: resta solo la sua evidenza spettacolare, consumata e archiviata in uno scorrimento di schermo.

Grumo Nevano non è un caso isolato: è un punto di condensazione. Un calcio sferrato a un uomo già a terra non nasce dal nulla — nasce da una progressiva evaporazione dei limiti comuni. Durkheim aveva avvertito che, senza norme capaci di orientare i desideri, la società finisce per produrre individui lasciati soli con la propria potenza. Oggi quella solitudine si manifesta in gesti brevi, pubblici, filmati e condivisi. La violenza non ha bisogno di grandi cause: le basta un vuoto normativo e un’occasione.

Pao

 

Autore: Paolo Guidone

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