Dalla profezia alla cronaca
NELLE PROPOSTE DI F.N. L’ATTUALITA’ DI ORIANA FALLACI
Il merito di Vannacci? Evitare che la rabbia diventi odio
Nel panorama intellettuale europeo, la trilogia di Oriana Fallaci dei primi anni Duemila (La rabbia e l’orgoglio, La forza della ragione, Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse) rappresenta un punto di svolta geopolitico e antropologico. Scritta sotto l’impulso traumatico dell’11 settembre 2001, l’opera fu liquidata dalle élite progressiste come una risposta di pancia, da relegare nell’ambito iper-nazionalista.
Oggi, a distanza di oltre vent’anni, la transizione da “profezia” a “cronaca quotidiana” è sotto gli occhi di tutti: l’Europa affronta esattamente il declino identitario denunciato dalla giornalista-scrittrice.
In questo vuoto politico e istituzionale ben si inseriscono le tesi del Generale Roberto Vannacci e l’azione movimentistico-culturale di Futuro Nazionale, le quali hanno il merito di convogliare “la rabbia e l’orgoglio” di un popolo in un progetto politico solido, che si propone di governare il Paese, evoluzione politica e strutturazione di un grido d’allarme più che legittimo.
Il nucleo del pensiero tardo-fallaciano poggia su tre pilastri precisi che il tempo ha drammaticamente convalidato: la metamorfosi dell’Europa in Eurabia, il fallimento del multiculturalismo e la capitolazione delle élite europee. Analizziamoli.
La metamorfosi del Vecchio continente in Eurabia è l’accusa che la Fallaci rivolge all’Europa, poiché la stessa si è arresa, per viltà e calcolo economico, a una strisciante sottomissione culturale e demografica. Nella Forza della Ragione, scriveva: «L’Europa non è più Europa, è un’appendice del Medio Oriente: una provincia dell’Islam. È Eurabia. (…) E le nostre città, le nostre bellissime città, si stanno trasformando in suk». La trasformazione ancora in atto, accompagnata dalla muta indifferenza, è figlia del fallimento del multiculturalismo, rappresentato dall’impossibilità d’integrare modelli dogmatici in un sistema democratico, senza scardinare i valori dell’Occidente. Ne La rabbia e l’orgoglio la Fallaci ammoniva: «Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un dovere. Un dovere civile, un imperativo morale». Metamorfosi del Continente e fallimento dell’integrazione così come concepita dai progressisti, che negli ultimi trent’anni hanno occupato i posti di potere in tutta Europa, hanno portato alla capitolazione delle élite, determinata dall’inettitudine dei tecnocrati, colpevoli di autoflagellazione culturale, impregnata di politicamente corretto per censurare il dissenso.
Come è immaginabile poter rispondere alle crisi migratorie con la retorica dell’accoglienza indiscriminata e con l’elefantiasi burocratica di trattati sistematicamente inefficaci, che hanno vincolato gli Stati membri a gabbie giuridico-ideologiche, legate al principio di non respingimento (non-refoulement)?
I rappresentanti dell’Unione Europea, distanti dalle realtà sociali delle periferie e protetti dalle loro isole istituzionali, nel confondere sistematicamente la gestione della sicurezza con la concessione di finanziamenti (puniscono sistematicamente le nazioni che cercano di difendere la propria sovranità culturale), manifestano l’incapacità di proteggere i confini, creando così una paralisi che ha trasformato il Mediterraneo e le frontiere continentali in un varco aperto, rappresentando plasticamente quell’autolesionismo che la Fallaci descriveva come una vera e propria «forza della irragionevolezza».
Le tesi programmatiche di Futuro Nazionale si inseriscono perfettamente in questo solco, a mo’ di risposta all’inadeguatezza delle istituzioni comunitarie e nazionali, traducendo la resistenza identitaria in proposte radicali di rottura.
Alla denuncia fallaciana della perdita di sovranità territoriale fa, oggi, eco la durissima critica di Vannacci all’apparato legislativo europeo: «L’Unione Europea blocca i rimpatri che gli Stati membri vorrebbero, vincolandoli. (…) Si dovrebbe stralciare questa legge [del non-refoulement] dall’impianto normativo europeo e arrivare a una vera politica dei rimpatri», legando l’identità di una nazione al necessario controllo dei flussi migratori.
Laddove la Fallaci considerava impossibile la convivenza paritaria con culture teocratiche, Vannacci propone risposte esecutive rigide: «Valuteremo indicatori come la conoscenza della lingua, della storia e della civiltà italiana per gli immigrati. L’obiettivo è verificare se si assimilano. Chi non è assimilato non dovrebbe ottenere la cittadinanza», cambiandone l’approccio che passa dall’integrazione alla più corretta assimilazione.
In perfetta continuità con l’invettiva de La forza della ragione, contro chi abusa dei diritti occidentali per distruggerli dall’interno, Vannacci rilancia la necessità di riconsiderare i confini della cittadinanza per chi delinque: «Avendo un’altra cittadinanza, se non si meritano quella italiana, essa può essere revocata e possono essere rimpatriati».
Per il mondo conservatore moderno, tuttavia, la sfida non è più soltanto limitata alla denuncia catastrofista. La sfida è strutturare una reazione: è la paura che la profezia si realizzi che dà il là all’azione politica!
L’ascesa di Futuro Nazionale e il consenso attorno alle linee programmatiche proposte testimoniano che la rabbia originaria si è evoluta in un programma di realismo politico che si fa orgoglio, che vuole governare l’Italia.
Il partito di Vannacci ha così il merito di convogliare in un contenitore la rabbia legittima di una parte d’italiani che non ne può più dell’immigrazione selvaggia, evitandone la metamorfosi in odio, quest’ultimo, sì, problematico.
La difesa intransigente dei confini, lo smantellamento delle sovrastrutture censorie del politicamente corretto e il netto rifiuto del nichilismo burocratico di Bruxelles rappresentano le uniche coordinate possibili per invertire la rotta.
L’unico partito credibile in grado di farlo è Futuro Nazionale!
















