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Il futuro nazionale è futuro federale Riflessioni a 25 anni dalla morte di Gianfranco Miglio

Il futuro nazionale è futuro federale
Riflessioni a 25 anni dalla morte di Gianfranco Miglio

Pochi metri separano, a Como, Viale Cattaneo da Largo Miglio, nel pieno centro cittadino: due alfieri della libertà mischiati a personaggi più sospetti (in forma monumentale) da Garibaldi a quello storico sopravvalutato e falsario che fu Cantù. Cattaneo morì vicino a Lugano, dove si era autoesiliato perché insoddisfatto degli esiti centralistici e monarchici della rivoluzione italiana, ovvero del Risorgimento, il 6 febbraio 1869. Il 10 agosto 2001 – esattamente 25 anni da – moriva, nella sua Como, Gianfranco Miglio. Si spensero entrambi con i loro sogni chiusi in un cassetto. Ma sono cassetti e non casseforti, cassetti di mobili preziosi del passato – lontano e vicino – che possiamo agevolmente aprire, per tirare fuori quei loro sogni – anzi, quel loro unico sogno, un’Italia federale – custoditi e delineati in scritti splendidi, lucidissimi e coltissimi: per goderceli, ma anche per ripensarli, attualizzarli, rimodellarli quanto vogliamo. Gianfranco Miglio fu un accademico puro, al contrario del giornalista Cattaneo. Fece scuola a Milano – allora, l’Università dell’Insubria, ovvero di Como e Varese, ove io insegno da venti anni, ancora non esisteva, essendo nata nel 1998 – e formò allievi che sono tra i maggiori scienziati politici italiani: Alessandro Vitale, Luigi Marco Bassani, Stefano Bruno Galli tra gli altri. Poi, solo in tarda età, provò a realizzare il proprio ideale di un’Italia federale – sul modello svizzero, ma non solo – legandosi alla Lega, allora movimento sorgivo e potente, ed elaborò un progetto di riforma in senso federalistico dell’ordinamento italiano. Lo incontrai, in vita mia, una volta sola, da giovanissimo borsista della Fondazione Einaudi a Torino, verso il 1988 o 1989: era in compagnia di un grande storico, ma dalle idee molto diverse dalle sue, Luigi Firpo, erano i “Professori” di una volta, in giacca cravatta e talvolta bretelle e gilet di lana, solenni e distaccati, intimidenti, così diversi da noi ordinari di oggi, un po’ più “easy”, sia negli abiti sia negli atteggiamenti. Rappresentavano al meglio un corpo accademico italiano che è sempre stato eccellente, anche se l’eccellenza ormai è sempre più rara, soprattutto da quando si studia nel segno del “politically correct” e si coltivano solo le ricerche dettate o dalla UE o dall’ONU con le loro “agende” proiettate nel futuro più o meno prossimo, da distopia orwelliana. Miglio onorava la nozione di “scienza politica” nel senso che nessuno meglio di lui sapeva trattare scientificamente il diritto pubblico, i concetti politici (il suo primo libro, nei primi anni Quaranta, era sulla nozione di “neutralità” a partire da Galiani nella pubblicistica europea del tardo Settecento), la scienza dell’amministrazione. Non tutti i suoi allievi sono stati fedeli al suo pensiero – si pensi ad uno storico come Pierangelo Schiera, comasco anch’egli, classe 1941 – ma tutti ne hanno appreso e sostenuto il metodo, profondamente, radicalmente scientifico, nemico di ogni ideologismo banale, e di ogni banalizzazione in generale. A confronto di Miglio, molti guru televisivi di oggi che si spacciano – e vengono spacciati – come “scienziati politici” sembrano macchiette, piccoli automi addestrati a recitare, con più o meno pathos, le stesse solfe, ora da teatro dei burattini, ora da commedia dell’arte, ora da scimmiette ammaestrate in qualche circo della periferia di Transilvania.
La lezione di Miglio, tuttavia, è quella che, nella sua essenza, ispira in gran parte il mio pensiero e quello dei suoi allievi miei coetanei: solo una riforma radicale, in senso federale, della Costituzione italiana, potrà garantire un futuro all’Italia. Altrimenti, il declino, in corso, sarà inesorabile.
Una nazione non la determina, né la protegge, un bieco e cieco governo centrale: le costituzioni centralistiche sono alla base delle derive totalitarie dei Paesi. La varietà, ricchezza, e potenza italiane risiedono nelle diversità, che avrebbero dovuto essere rispettate, onorate e valorizzate nelle carte costituzionali.
L’eccezionalità – e ai vari “stati di eccezione” sono dedicate splendide pagine di Miglio e della sua Scuola di pensiero – non è solo quella di Friuli (che peraltro poco ha a che fare con la Venezia-Giulia), del Trentino (che peraltro poco ha a che fare con l’Alto Adige), della Valle d’Aosta, della Sicilia e della Sardegna. Certamente un ordinamento federale non avrebbe potuto nascere nella Sabaudia, ovvero l’Italia nata come estensione del dominio sabaudo, a cui veniva riservata una costituzione, lo Statuto albertino, che antecede l’Unificazione di 12 anni! La grande occasione perduta è stata il 1946-1948, quando i Costituenti conferirono all’Italia un sistema centralistico ottimo nelle intenzioni, in gran parte fallimentare nei risultati. Si pose davvero mai seriamente un’opzione federale? Allora, forse no.
La nazione, il sangue, il suolo, la difesa dei confini, dell’identità culturale e religiosa, tutti i valori “di destra”, ovvero conservatori, che FN sostiene, la famiglia, l’onore, i diritti del cittadino, la “patria” stessa non trovano in un governo centrale e in un ordinamento centralistico alla francese (quello italiano) il loro principale amico, ma se mai esso è la principale minaccia per tali valori stessi.
In paesi federali come gli Stati Uniti vi sono bandiere a stelle e strisce ovunque, ma il tricolore, ad esempio in Veneto, spesso si vede a fianco del Gonfalone di San Marco, ma vedo più spesso Gonfaloni da soli. Un governo centrale se tradisce tali valori, se li svende al miglior offerente, l’Unione Europea, l’ONU, o quel che sia, magari anche il califfato islamico, pone a rischio tutte le componenti che forzosamente si trovano sotto il suo dominio: i cittadini, le regioni, i comuni, tutto quanto, senza via di scampo. Un sistema federale garantisce da questo sommo tradimento, che mette in pericolo tutti. Semplicemente, qualche stato lo appoggerebbe (il tradimento), altri no. La speranza è che nel 2027 vi sia un nuovo governo di destra; ma ci si affida ad una speranza (fondata!) senza affrontare il discorso strutturale: la riforma costituzionale radicale che garantirebbe all’Italia un futuro come federazione. Eppure, come Cattaneo e Miglio, abbiamo la Svizzera a due passi: vedo le prealpi luganesi dalle finestre di casa mia a Como e mi vengono i brividi. Ma non sono brividi romantici, da scalatore di vette estreme: tutt’altro, sono i brividi molto terra terra di chi vede il PIL pro-capite svizzero e lo compara a quello italiano. Andate online e fate questa banale ricerca!
Essere contro un governo centrale, ipotizzare un’Italia divisa in un numero di repubbliche diverso, tre, come Miglio fece, non è tradire gli ideali di destra, ovvero conservatori, di FN: un sistema federale li preserva, li garantisce molto meglio, anche perché si è (sarebbe) italiani per scelta, non per costrizione. La destra vera, nuda, pura, dura, e che quel che sia, vuole vincere e rimanere al potere per sempre? Miglio era uomo di destra. Si istituiscano referendum rifondativi dell’Italia, a cui si chieda agli abitanti di ogni regione: “Vuoi che il Veneto diventi indipendente? Vuoi che il Veneto diventi autonomo in un sistema di governo federale? Vuoi che il Veneto rimanga in Italia nella forma corrente?”. Gli esiti rimescolerebbero le carte, ma l’identità italiana ne verrebbe immensamente rafforzata, poiché chi la sosterrebbe la sentirebbe propria, le darebbe il proprio (sacro) consenso, il proprio (democratico) assenso. Altrimenti si rischia di rimanere “Italiani per forza” in attesa che qualche governo filo-comunista filo-islamico filo-collettivista filo-woke ci trasformi in “musulmani per forza”, o “LGBT per forza”, mentre cancella allo stesso tempo gli ultimi residui di libertà economica che ancora sostengono l’Italia, il “nostro” Paese che sarebbe ancora più “nostro” se ci fosse chiesto direttamente di aderire al suo progetto (ancora in corso), oppure non aderirvi.
Il futuro dell’Italia come stato centralistico sul modello della repubblica francese (del 1793, da cui ha preso alcuni principi costituzionali, di una “costituzione dell’anno primo” rivoluzionario peraltro mai entrata in vigore) è quello di un inesorabile declino. Demografico – la Sardegna ha un indice di vecchiaia di 282, spaventoso, e la Liguria quasi uguale – economico, sociale, culturale. Se poi le estati continueranno così, l’Italia diventerà un’immensa graticola per vecchi, e la distinzione tra arrostiti e salvati sarà fatta di nuovo dal censo: chi può permettersi l’aria condizionata, e chi no.
Gallina vecchia fa buon brodo, dice il proverbio, ma non buon arrosto. Pare.
Poi, il modello di riforma decentralizzatrice di Miglio può essere, a distanza di molti anni, soggetto a mille emendamenti. Intanto si cominci a tirar fuori dal cassetto e a studiarlo.
Personalmente – e qui dico cose radicali, e voglio specificare: non è il pensiero di Vannacci, forse, non lo so perché non gli ho mai parlato, è il mio e me lo tengo stretto, e soprattutto non voglio attribuire al Generale posizioni non sue, sia ben chiaro, e questo caveat desidero sia esteso a tutto il contenuto del presente articolo – penso ad un sistema federale modernissimo, anche quello americano è antico (ma funziona): alcuni stati – magari quelli insulari, Sicilia e Sardegna, ma anche il Veneto – potrebbero anche diventare indipendenti, e federarsi con l’Italia per politiche specifiche, dalla difesa alla rete diplomatica, dalla cittadinanza ad altre “situazioni condivise” (per forza: i costi di una totale indipendenza, pensiamo alla costituzione di una rete diplomatica in 180 e passa stati del mondo, o quelli della difesa, sarebbe forse insostenibili per una Sardegna o una Sicilia indipendenti); mentre vi sarebbero regioni-stati con altri tipi di legame, più pervasivo, con un governo centrale che dovrebbe diventare parecchio più leggero.
Questo mi viene da scrivere, qui ed ora, ripensando alla lezione di Gianfranco Miglio e pensando alle opportunità che ha un movimento in crescita esponenziale come FN. In un contesto affatto accademico, naturalmente, scriverei altre cose, da accademico, per l’appunto. E speriamo si organizzi presto un grande convegno su di lui. Ma la sua lezione politica è quella di Cattaneo, ma anche dei grandi federalisti meridionali, o Ferrari, o altri.
Solo se l’Italia diventerà federale, sopravviverà sul lungo termine. Se no, potremmo dire che le nuove generazioni precipiteranno nella miseria. Cosa da mettere peraltro essa stessa in dubbio. Con l’attuale trend demografico, ci saranno le nuove generazioni? E da chi saranno composte? Da Italiani? Ho tutti i miei dubbi al riguardo.
Ricordare un grande uomo – alla distanza significativa di venticinque anni, una generazione piena, dalla Sua morte – è ricordare, soprattutto, la grandezza delle sue idee, e le idee, quando sono davvero grandi, meritano il nome di ideali. Il Professor Miglio li aveva. Sia onorato come merita.

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