ARABIA SAUDITA-TURCHIA-PAKISTAN, LA NUOVA ARCHITETTURA DI SICUREZZA PUÒ ESSERE UNA BUONA NOTIZIA ANCHE PER L’ITALIA. L’OCCIDENTE NON DEVE TEMERE UN MONDO PIÙ EQUILIBRATO, MA IMPARARE A GOVERNARLO
Castello Sforzini di Castellar Ponzano – La nascita di un accordo di difesa comune fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan merita di essere osservata dall’Italia senza i riflessi pavloviani con cui troppo spesso l’Europa guarda a qualsiasi mutamento degli equilibri internazionali. Non tutto ciò che nasce fuori dall’Occidente nasce necessariamente contro l’Occidente. E soprattutto non tutto ciò che riduce la dipendenza assoluta di una regione dalla protezione militare americana rappresenta automaticamente una sconfitta americana o europea.
La politica internazionale non è il regno dei sentimenti, ma quello degli equilibri. Hobbes aveva compreso che dove manca un ordine capace di contenere la forza prevale la paura; il realismo politico ci ha insegnato, nei secoli successivi, che la pace non deriva dall’assenza della potenza, ma dal suo equilibrio. Per questa ragione considero con interesse la costruzione di una capacità regionale di deterrenza fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.
Non dobbiamo avere paura di pronunciare una parola che l’Europa contemporanea sembra avere dimenticato: potenza.
Una potenza responsabile non è necessariamente aggressione. Può essere, al contrario, la condizione che rende l’aggressione troppo costosa e quindi meno probabile.
L’Arabia Saudita rappresenta oggi uno dei grandi centri politici, economici ed energetici del mondo arabo; la Turchia possiede uno degli apparati militari e industriali più importanti dell’area e agisce da membro chiave della NATO; il Pakistan dispone di una forza armata rilevante, strategica nel contrasto al terrorismo jihadista. La convergenza fra questi tre attori modifica inevitabilmente la geografia strategica che circonda il Mediterraneo allargato.
L’Italia dovrebbe domandarsi non se questo processo ci piaccia ideologicamente, ma se possa contribuire alla nostra sicurezza nazionale.
La mia risposta è: sì, a precise condizioni.
Se questa alleanza rimarrà realmente difensiva, se contribuirà a contenere l’espansionismo iraniano e l’azione delle sue articolazioni regionali, se proteggerà le rotte commerciali, gli stretti e le infrastrutture energetiche, se combatterà l’estremismo anziché trasformarsi in uno strumento dell’islam politico, essa potrà diventare un fattore di stabilizzazione di un’area dalla quale dipende direttamente anche la prosperità italiana.
Ovviamente, affinché questo quadro funzioni, l’azione di Ankara dovrà mantenersi in stretta coerenza con i propri doveri d’alleanza atlantica e le responsabilità che ne derivano.
Perché Hormuz, il Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Suez e il Mediterraneo non sono nomi lontani su una carta geografica. Sono arterie dell’economia italiana. Da lì passano energia, merci, commerci e interessi strategici. Quando quelle arterie vengono minacciate, aumentano i costi per le nostre imprese, per le nostre famiglie e per l’intero sistema produttivo nazionale.
L’Italia, più ancora di molte altre nazioni europee, dovrebbe dunque ragionare come una vera potenza mediterranea.
Esiste però un limite che deve essere detto con altrettanta chiarezza. Questa nuova architettura non potrà diventare un fronte anti-israeliano.
Israele rimane per noi un alleato fondamentale dell’Occidente, una democrazia strategicamente essenziale nel Medio Oriente e un presidio avanzato contro il terrorismo e l’integralismo.
L’interesse italiano non è sostituire una contrapposizione con un’altra, né assistere alla nascita di una fantomatica “NATO islamica” schierata contro Gerusalemme.
Al contrario, l’interesse italiano è costruire un sistema nel quale Israele, Arabia Saudita, Turchia e le altre potenze responsabili della regione possano essere progressivamente ricondotte dentro un equilibrio di sicurezza integrato, favorendo la ripresa e l’ampliamento dello spirito degli Accordi di Abramo e isolando invece chi utilizza terrorismo, milizie irregolari, destabilizzazione e guerra permanente come strumenti ordinari della propria politica estera.
È questa la grande sfida.
Io credo in un Occidente forte, atlantico, alleato degli Stati Uniti e legato strategicamente a Israele. Proprio per questo non credo in un Occidente infantilmente geloso di qualsiasi autonomia regionale.
Gli Stati Uniti stessi hanno interesse a non essere il poliziotto esclusivo di ogni metro quadrato del pianeta. Un sistema di alleanze regionali responsabili può distribuire il peso della sicurezza e rendere più solida, non più debole, l’architettura occidentale.
L’atlantismo non significa dipendenza. Significa alleanza fra soggetti forti.
Ed è questo principio che dovrebbe valere anche per l’Italia.
Roma dovrebbe intensificare il rapporto strategico con Riyadh, mantenere un dialogo esigente ma pragmatico con Ankara, sviluppare relazioni economiche e diplomatiche orientate alla stabilizzazione con Islamabad e, contemporaneamente, ribadire senza ambiguità il proprio legame con Israele e con gli Stati Uniti.
La nostra posizione geografica ci consegna una responsabilità che abbiamo troppo spesso dimenticato: l’Italia non è la periferia meridionale dell’Europa. È il centro geografico del Mediterraneo.
Dobbiamo quindi smettere di osservare gli equilibri che cambiano e cominciare a partecipare alla loro costruzione.
Il mondo unipolare è finito da tempo. La risposta non può essere né il nostalgico rimpianto dell’ordine passato né l’accettazione passiva di un caos multipolare.
Occorre costruire un multipolarismo ordinato, fondato sulla deterrenza, sulla reciprocità, sulla libertà dei commerci, sulla sicurezza delle rotte e sul rispetto delle sovranità nazionali.
La nuova intesa fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan può rappresentare un tassello di questo nuovo ordine.
All’Italia conviene esserci.
Non da spettatrice. Non da vassalla. Ma da nazione occidentale, atlantica e mediterranea consapevole dei propri interessi.
















