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MARIO PANNUNZIO nel pantheon di RINASCIMENTO NAZIONALE: il LIBERALE che non voleva appartenere a NESSUNA ORTODOSSIA

MARIO PANNUNZIO nel pantheon di RINASCIMENTO NAZIONALE: il LIBERALE che non voleva appartenere a NESSUNA ORTODOSSIA

 

Nel Pantheon di Rinascimento Nazionale l’uomo de Il Mondo. Dopo Fallaci, Miglio e Giannini, un’altra tessera della nostra costellazione: senza libertà intellettuale non esiste libertà politica.

 

di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale

 

Continuando il nostro viaggio tra quegli italiani che possono aiutarci a capire l’Italia di oggi, dopo Oriana Fallaci, Gianfranco Miglio e Guglielmo Giannini incontriamo Mario Pannunzio, e forse proprio con lui diventa ancora più evidente che cosa intendiamo quando parliamo del Pantheon culturale di Rinascimento Nazionale.

 

Non stiamo cercando padri nobili da utilizzare per costruire una genealogia postuma, operazione abbastanza facile e quasi sempre intellettualmente disonesta; non stiamo nemmeno compilando l’elenco degli uomini e delle donne che appartennero a quella che convenzionalmente chiamiamo destra, perché se facessimo questo avremmo semplicemente sostituito un recinto con un altro e il Rinascimento che abbiamo in mente sarebbe già finito prima ancora di cominciare. Cerchiamo piuttosto uomini liberi, italiani irregolari, personalità che in epoche differenti abbiano saputo individuare un problema destinato a sopravvivere alla propria epoca e che possano dunque ancora oggi essere interrogate, senza necessariamente condividerne tutto il pensiero e magari proprio discutendo con loro. Pannunzio appartiene perfettamente a questa categoria e appartiene al nostro Pantheon proprio perché nessuno potrebbe seriamente provare a trasformarlo, retroattivamente, in un uomo rinchiudibile in una categoria.

 

Sarebbe falso. Mario Pannunzio fu liberale, antifascista, anticomunista, laico, anticlericale, occidentale, atlantista, europeista; partecipò alla ricostituzione clandestina del Partito Liberale, diresse Risorgimento liberale, abbandonò successivamente il PLI quando ritenne che la sua linea stesse diventando eccessivamente conservatrice, fu tra i fondatori nel 1955 del Partito Radicale dei liberali e democratici italiani e, quando anche quella esperienza non corrispose più alla propria idea della politica, se ne allontanò. Un uomo difficile da mettere in una casella e proprio per questo ci interessa.

 

Nato a Lucca nel 1910, Pannunzio apparteneva a quella generazione di liberali italiani per i quali il liberalismo non era innanzitutto un programma elettorale, ma un metodo dello spirito, un’abitudine alla diffidenza verso il potere e soprattutto verso le verità obbligatorie. Condiresse con Arrigo Benedetti Oggi, che il regime fascista soppresse nel 1941; partecipò alla lotta clandestina, venne arrestato durante l’occupazione tedesca di Roma e, dopo la Liberazione, diventò uno dei protagonisti della ricostruzione della cultura liberale italiana.

 

Ma anche qui occorre fare attenzione, perché uno dei modi peggiori per ricordare Pannunzio sarebbe ridurlo semplicemente alla definizione di antifascista. Pannunzio fu antifascista perché liberale, e la differenza non è soltanto semantica: non sostituì mai alla religione fascista una religione antifascista, così come non accettò che l’anticomunismo diventasse il lasciapassare attraverso il quale rendere nuovamente accettabile il fascismo. Il suo problema non era scegliere quale autoritarismo considerare meno pericoloso, ma difendere una società nella quale nessun autoritarismo potesse pretendere di diventare padrone dell’uomo.

 

Questa posizione gli procurò inevitabilmente nemici dappertutto. Non volle stare con i comunisti in nome dell’antifascismo e non volle stare con i fascisti in nome dell’anticomunismo; fu anticlericale senza trasformare la propria laicità in una nuova intolleranza e sostenne l’Occidente senza ridurre l’atlantismo alla disciplina di una caserma. Fu, in altre parole, qualcosa che la politica italiana ha sempre fatto molta fatica a tollerare: un uomo che pretendeva di giudicare ogni questione con la propria testa anche dopo avere scelto da quale parte della storia stare.

 

Nel 1949 fondò Il Mondo, e qui comincia la parte della sua storia che ci interessa forse ancora di più, perché Il Mondo non fu soltanto un grande giornale e non fu neppure semplicemente il giornale di Pannunzio: fu uno dei più straordinari luoghi di incontro dell’intelligenza italiana del dopoguerra, una casa nella quale liberali, radicali, repubblicani, socialisti democratici, economisti, storici, scrittori e intellettuali senza una precisa appartenenza partitica potevano confrontarsi attorno a un’idea comune molto più importante delle rispettive provenienze, quella di modernizzare l’Italia e difendere la società aperta contro le due grandi tentazioni totalitarie che avevano attraversato il Novecento.

 

Ernesto Rossi, Nicolò Carandini, Leo Valiani, Eugenio Scalfari, Arrigo Benedetti, Ennio Flaiano e moltissimi altri passarono attraverso quell’esperienza. Non pensavano tutti allo stesso modo e proprio per questo Il Mondo fu importante: una casa delle differenze, non una caserma delle identità. E questo dovrebbe interessare particolarmente Rinascimento Nazionale, perché anche noi stiamo provando a costruire un luogo nel quale culture politiche differenti possano incontrarsi senza dover preventivamente rinunciare a ciò che sono: liberali e libertari, federalisti e nazionalisti, conservatori e risorgimentali, cattolici e laici, sovranisti e atlantisti, uomini e donne provenienti dalla destra ma anche persone che dalla destra non provengono affatto, purché condividano la convinzione che l’Italia abbia bisogno di una profonda ricostruzione culturale e politica.

 

Non vogliamo che tutti diventino uguali, vogliamo che persone diverse possano ragionare insieme. Pannunzio aveva capito una cosa che i partiti contemporanei sembrano avere dimenticato: una forza politica diventa povera quando smette di frequentare persone che non sono completamente d’accordo con lei. Ed è una lezione che riguarda direttamente anche Futuro Nazionale, perché un movimento nuovo non può limitarsi a raccogliere persone che hanno già la medesima storia, le medesime parole, gli stessi riferimenti culturali e magari perfino le stesse antipatie; se vuole diventare davvero nazionale deve avere la forza di allargare il proprio campo intellettuale, ascoltare culture dalle quali non proviene, appropriarsi nel senso più nobile del termine di ciò che di vivo esiste nella storia italiana e soprattutto non avere paura del confronto.

 

È anche questa la ragione per la quale nei giorni scorsi abbiamo invitato Beppe Grillo al Castello Sforzini: non perché qualcuno debba convertirsi a qualcun altro e tantomeno perché si voglia costruire una confusa sommatoria elettorale. Abbiamo provato semplicemente a fare ciò che la politica dovrebbe fare più spesso, aprire una porta che tutti considerano chiusa e domandarci che cosa possa esserci dall’altra parte. Pannunzio probabilmente avrebbe compreso il metodo, assai più che il merito della vicenda, perché la sua intera storia politica fu un tentativo di sottrarsi alla pretesa secondo la quale, una volta scelta un’appartenenza, dovremmo automaticamente ereditarne amici, nemici, idee, parole d’ordine e perfino pregiudizi.

 

Ma Il Mondo ci interessa anche per un’altra ragione: fu inequivocabilmente occidentale. In un’Italia nella quale una parte enorme dell’intellettualità subiva il fascino dell’Unione Sovietica e il Partito Comunista rappresentava una delle più potenti organizzazioni comuniste dell’Occidente, Pannunzio scelse senza ambiguità la solidarietà atlantica e il processo di unificazione europea. Il suo anticomunismo non aveva però bisogno del manganello per dimostrare la propria fermezza, perché nasceva dalla convinzione esattamente opposta: che la superiorità dell’Occidente consistesse nella libertà dell’uomo.

 

È un punto sul quale varrebbe la pena riflettere molto anche oggi. L’Occidente non è una burocrazia, non è Bruxelles e non è nemmeno semplicemente Washington; l’Occidente è una civiltà politica costruita, tra enormi contraddizioni, attorno all’individuo, ai suoi diritti, alla proprietà, alla libertà di pensiero, alla libertà economica, alla separazione dei poteri, alla possibilità di criticare il governo senza finire in carcere e alla convinzione che lo Stato abbia dei limiti. Se dimentichiamo questo, l’atlantismo diventa soltanto geopolitica e l’Europa soltanto amministrazione.

 

Pannunzio invece guardava a un Occidente che aveva radici nella tradizione liberale e nella rivoluzione costituzionale americana, prima ancora che in quella francese, e proprio per questo il suo occidentalismo non era subordinazione ma appartenenza culturale. Anche qui c’è molto che riguarda il presente: Rinascimento Nazionale rivendica una collocazione occidentale e atlantica precisamente perché ritiene che l’Occidente debba tornare a essere consapevole di ciò che lo rende Occidente; e proprio per questo essere atlantisti non significa approvare qualsiasi scelta compiuta in qualunque momento da un governo americano, così come essere europei non significa approvare qualsiasi direttiva prodotta dalle istituzioni dell’Unione Europea. Gli alleati sono alleati, i sudditi sono un’altra cosa. Pannunzio questo lo avrebbe capito benissimo.

 

C’è poi un altro Pannunzio che merita di essere recuperato e che forse è ancora più importante per un Centro Studi: quello degli Amici del Mondo. A metà degli anni Cinquanta, attorno al giornale nacque infatti una stagione di convegni dedicati ai problemi concreti dell’Italia; non celebrazioni, non passerelle e nemmeno quelle riunioni nelle quali tutti arrivano conoscendo già ciò che diranno e tornano a casa pensando esattamente ciò che pensavano prima. Si discuteva di monopoli, petrolio, scuola, energia, economia, istituzioni, rapporti fra Stato e Chiesa, borsa, modernizzazione: dodici convegni in sei anni.

 

Questo significa fare politica culturale: studiare un problema, mettere attorno a un tavolo persone competenti, confrontare soluzioni, produrre idee e poi provare a trasferire quelle idee nella politica. È esattamente qui che Pannunzio si collega al ragionamento che abbiamo fatto ieri su Guglielmo Giannini. Giannini aveva capito gli italiani, aveva percepito la loro stanchezza verso la politica professionale e aveva dato voce all’uomo schiacciato dal torchio dello Stato; ma il suo movimento, dopo una crescita impressionante, non riuscì a trasformare quella protesta in una costruzione politica capace di durare. Pannunzio ci mostra l’altra metà del problema: la protesta deve incontrare l’elaborazione, la rabbia deve incontrare la cultura, il consenso deve incontrare una classe dirigente, altrimenti arriva, esplode e scompare.

 

Non c’è contraddizione fra l’Uomo Qualunque di Giannini e l’intellettuale raffinatissimo de Il Mondo. C’è semmai una complementarità che la storia non realizzò ma sulla quale oggi possiamo ragionare: la politica deve essere capace di ascoltare l’uomo che non legge editoriali e contemporaneamente avere qualcuno capace di scrivere quegli editoriali, studiare lo Stato, l’economia, la politica internazionale e preparare ciò che accadrà dopo la vittoria elettorale, perché vincere le elezioni senza sapere che cosa fare il giorno successivo è soltanto una maniera più spettacolare di perdere.

 

E allora comincia a delinearsi con maggiore chiarezza quella costellazione della quale abbiamo parlato presentando Giannini. Oriana Fallaci ci ha posto davanti alla crisi della nostra civiltà e al problema di una rabbia che non deve essere lasciata trasformare in odio; Gianfranco Miglio ci ha ricordato che non basta cambiare chi governa se non abbiamo il coraggio di cambiare la macchina che dovrà governare, e che il futuro nazionale dell’Italia può e deve essere anche un futuro federale; Guglielmo Giannini ci ha costretti a guardare l’uomo che rimane fuori dai palazzi, paga il conto della politica e a un certo punto decide di non credere più a nessuno. Mario Pannunzio aggiunge un quarto elemento, la libertà intellettuale, che significa anche capacità di elaborazione, perché soltanto uomini liberi possono produrre idee nuove; gli altri possono soltanto ripetere quelle che hanno ricevuto.

 

Miglio ci parla dunque dello Stato, Fallaci della civiltà, Giannini dell’uomo comune, Pannunzio della libertà. Non formarono una scuola, non appartennero alla stessa parte politica e probabilmente, messi tutti insieme attorno a un tavolo, avrebbero trascorso una buona parte del tempo a litigare. Magnifico: è esattamente il genere di tavolo che ci piacerebbe avere.

 

Perché il Pantheon di Rinascimento Nazionale non vuole essere un mausoleo e nemmeno un album delle figurine della destra; è una biblioteca aperta, nella quale possiamo prendere un libro di Miglio, uno di Einaudi, un articolo della Fallaci, un numero dell’Uomo Qualunque, una copia del Mondo, tornare a Cattaneo e al Risorgimento e domandarci non chi avesse ragione su tutto — nessuno — ma che cosa ciascuno abbia ancora da dirci.

 

E qui arriviamo forse alla ragione più profonda per la quale Mario Pannunzio entra nel nostro Pantheon. La politica italiana del 2026 soffre di un male che egli conosceva già molto bene, il conformismo delle appartenenze: prima ancora di ascoltare un’idea vogliamo sapere da chi arriva; se arriva dall’avversario deve essere sbagliata, se arriva dall’amico deve essere difesa; se un uomo proviene dalla sinistra deve rimanere a sinistra per tutta la vita, se proviene dalla destra deve rimanere a destra, se ieri ha combattuto qualcuno oggi non può parlargli, se appartiene a un partito deve condividere tutto ciò che il partito decide.

 

È esattamente il contrario del liberalismo ed è anche il contrario della politica. Una nuova forza politica ha senso soltanto se rompe questo meccanismo, altrimenti sarà semplicemente un nuovo contenitore riempito con le vecchie abitudini. Futuro Nazionale può avere davanti a sé uno spazio molto più grande di quello delimitato dalle categorie tradizionali della destra, ma per occuparlo deve avere curiosità, coraggio intellettuale e una cultura politica sufficientemente forte da non avere paura della contaminazione.

 

Pannunzio non ci insegna dove mettere una croce sulla scheda elettorale, ci insegna qualcosa di più utile: a non consegnare mai la nostra testa insieme alla tessera. Ed è una lezione profondamente politica, perché senza libertà di giudizio non esiste una classe dirigente, esistono soltanto esecutori.

 

Forse è proprio questo il filo che, poco alla volta, stiamo cercando: Fallaci ci impedisce di vergognarci di ciò che siamo, Miglio ci impedisce di considerare intoccabile lo Stato che abbiamo, Giannini ci impedisce di dimenticare l’uomo che quello Stato dovrebbe servire, Pannunzio ci impedisce di smettere di pensare; Cattaneo ed Einaudi erano già lì ad aspettarci.

 

Non una dottrina unica, dunque, ma una costellazione: Risorgimento e nazione, federalismo e libertà, Occidente e identità, mercato e responsabilità, insofferenza verso lo Stato onnipotente e verso ogni conformismo, centralità dell’uomo e capacità di mettere in discussione perfino noi stessi.

 

Mario Pannunzio morì a Roma nel febbraio del 1968, Il Mondo aveva chiuso due anni prima e poco dopo sarebbe arrivata una stagione completamente diversa, nella quale nuove ideologie e nuovi conformismi avrebbero occupato una parte considerevole della cultura italiana. Ma la sua domanda è rimasta: può esistere in Italia una forza politica nazionale, occidentale, moderna, capace di difendere la propria civiltà senza diventare illiberale, di difendere la nazione senza trasformarla in uno Stato padrone, di stare in Occidente senza diventare servile, di parlare all’uomo comune senza diventare qualunquista e di costruire una classe dirigente senza trasformarla in una casta?

 

Noi pensiamo di sì; anzi, pensiamo che sia precisamente lo spazio che oggi deve essere costruito. Per questo Mario Pannunzio entra nel Pantheon di Rinascimento Nazionale, non perché fosse dei nostri — sarebbe una frase senza senso, detta di un uomo scomparso quasi sessant’anni fa — ma perché, se vogliamo capire chi possiamo diventare, vale la pena continuare a discutere con uomini come lui.

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