LE CORNACCHIE NERE E IL FUTURO CHE GUARDA ALL’INDIETRO
di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Ci sono momenti nei quali il problema di un progetto politico non sono i suoi avversari. Sono i suoi consiglieri.
Ogni leader, soprattutto quando cresce rapidamente e intorno a lui cominciano ad affollarsi aspiranti strateghi, teologi improvvisati, reduci di battaglie perdute e custodi autoproclamati dell’ortodossia, dovrebbe ricordare una regola antica: i cattivi consiglieri sono assai più pericolosi dei buoni nemici. I nemici, almeno, stanno di fronte. I cattivi consiglieri siedono accanto, sussurrano, suggeriscono, spiegano che per essere più riconoscibili bisogna essere più estremi, che per essere coerenti bisogna restringere il campo, che per costruire il futuro occorre tornare indietro.
Sono le cornacchie nere della politica. E gracchiano sempre la stessa parola: indietro.
In queste ore si leggono proposte che riguardano la famiglia, l’aborto, il concepito, le unioni civili, l’eutanasia, l’omosessualità, la televisione, la religione. Non mi interessa qui compilare l’elenco delle cose sulle quali concordo, di quelle sulle quali dissento e di quelle sulle quali sarebbe opportuno aprire una discussione seria. Mi interessa qualcosa di più importante: la direzione della macchina del tempo. Perché quando una proposta politica pretende di parlare al futuro, la prima domanda dovrebbe essere molto semplice: verso quale secolo stiamo andando?
Attenzione alle date, perché la storia ha un certo gusto per l’ironia. Il Sillabo di Pio IX non è del 1850, come talvolta si dice per approssimazione polemica: è del 1864. Ottanta proposizioni attraverso le quali venivano censiti e condannati numerosi “errori” della modernità, fino al liberalismo moderno. Il non expedit maturò negli anni successivi e divenne il simbolo della separazione dei cattolici dalla vita politica dello Stato unitario.
Ecco perché la questione mi riguarda particolarmente. Io appartengo culturalmente a un’altra genealogia. Quella del Risorgimento, non della Restaurazione. Quella di chi pensa che la Nazione italiana sia diventata adulta precisamente quando ha avuto il coraggio di attraversare la modernità, non quando ha tentato di sbarrarle la porta.
Sono un laico che riconosce senza difficoltà l’immensa impronta del cristianesimo sulla nostra civiltà. Proprio per questo non sento alcun bisogno di trasformare il Vangelo in un regolamento amministrativo, la fede in un ministero o la morale personale in un palinsesto televisivo. Una civiltà sicura di sé non ha bisogno di proibire per dimostrare di esistere. E una destra che voglia governare una grande Nazione occidentale dovrebbe avere l’ambizione di persuadere uomini liberi, non quella di educarli sotto tutela.
Il punto, dunque, non è essere “più a destra”. È capire quale destra.
Esiste una destra liberale, risorgimentale, nazionale, occidentale, che considera la libertà individuale non una concessione dello Stato ma il limite dello Stato. Esiste una destra che difende la famiglia senza entrare nelle camere da letto; che può sostenere la natalità senza istituire polizie morali; che può riconoscere il valore della vita senza trasformare tragedie individuali in materiale per guerre culturali; che può difendere la nostra identità cristiana senza dimenticare Cavour e il suo «libera Chiesa in libero Stato». Una destra che sa distinguere una convinzione morale da un codice penale.
E poi esistono le cornacchie nere.
Sono quelle che consigliano di rispondere alle inquietudini del XXI secolo con il prontuario del XIX. Quelle che, davanti all’intelligenza artificiale, alla rivoluzione tecnologica, alla crisi demografica, alla competizione americana e cinese, alla produttività ferma, all’energia, alla sicurezza dell’Occidente, rischiano di convincerci che il terreno decisivo sul quale costruire una proposta nazionale siano soprattutto divieti, prescrizioni morali e guerre di costume.
Sarebbe un errore. Non perché quei temi non esistano o non meritino posizioni chiare, ma perché una visione politica non può essere ridotta alle sue frontiere più identitarie. Una Nazione è infinitamente più grande.
Ed è precisamente qui che servono buoni consiglieri.
I buoni consiglieri non dicono sempre sì. Non trasformano ogni intuizione del leader in dogma e ogni dubbio in tradimento. Non misurano la fedeltà con il numero dei decibel. Sanno distinguere ciò che rafforza un progetto da ciò che lo restringe, ciò che apre una strada da ciò che costruisce un recinto. Soprattutto, hanno il coraggio di dire che qualche volta una buona intenzione può produrre una pessima rappresentazione politica.
I cattivi consiglieri fanno l’opposto. Spiegano al capo che chi solleva dubbi è tiepido. Che chi invita alla prudenza è un moderato. Che chi vuole allargare è un traditore. Che la purezza vale più del consenso. È un copione antichissimo: progressivamente si allontanano le intelligenze indipendenti e rimangono soltanto quelli che annuiscono. Alla fine il leader è circondato da persone perfettamente d’accordo tra loro e sempre meno capaci di ascoltare il Paese.
Le cornacchie, intanto, gracchiano soddisfatte.
Io continuo a pensare esattamente il contrario. Una forza politica nuova dovrebbe essere un porto nel quale arrivano navi diverse, non una sagrestia nella quale qualcuno controlla il certificato di ortodossia all’ingresso. Dovrebbe mettere insieme liberali e conservatori, libertari e sociali, cattolici e laici, federalisti e nazionalisti, persone che possono persino dissentire sull’aborto o sul fine vita ma riconoscersi in una medesima idea di Nazione, responsabilità e libertà.
Questa si chiama politica.
Il resto rischia di diventare catechismo elettorale.
Il Sillabo appartiene alla storia e va studiato con rispetto: fu pubblicato l’8 dicembre 1864 e rappresentò una delle più nette risposte cattoliche alle dottrine della modernità, compreso il liberalismo. Il non expedit appartiene anch’esso alla storia italiana e racconta la lunga frattura tra una parte del mondo cattolico e lo Stato nato dal Risorgimento. Sono pagine importanti proprio perché sappiamo che cosa accadde dopo.
Dopo venne l’Italia.
Per questo non temo le discussioni, anche dure, all’interno di una comunità politica. Al contrario: le considero un segno di vitalità. Temo molto di più l’unanimismo, le piccole corti, coloro che scambiano la fedeltà a un leader con il dovere di dargli sempre ragione. Un leader forte non ha bisogno di cortigiani: ha bisogno di persone abbastanza leali da dirgli anche ciò che non desidera sentirsi dire.
Quando le cornacchie nere cominciano a volare intorno a un progetto politico, dunque, non bisogna sparare alle cornacchie. Basta aprire le finestre.
E ricordarsi che il futuro sta davanti. Anche quando qualche cattivo consigliere continua ostinatamente a indicare il 1864.















