IL PRINCIPE, LE CORNACCHIE E IL GRANDUCATO DI TOSCANA.
Quando la prossimità diventa un merito
di Luca Sforzini,
Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
La Toscana ha avuto un merito raro nella storia italiana: è stata molte volte al centro senza avere bisogno di credersi il centro. Ultimamente, però, deve essere successo qualcosa.
Firenze è stata capitale d’Italia. Prima ancora era stata capitale di commerci, banche, arte, pensiero, diplomazia e congiure; la Toscana di Pietro Leopoldo fu laboratorio europeo di riforme, libertà economiche e civiltà giuridica. Poi, quando la storia nazionale chiamò altrove, Firenze seppe compiere un gesto assai difficile per qualsiasi capitale: smettere di esserlo.
Non è detto che tutti se ne siano accorti.
Da qualche tempo, osservando certe geografie della politica italiana, viene infatti il sospetto che la Convenzione di settembre sia stata denunciata unilateralmente e Firenze sia tornata capitale. Non formalmente, s’intende. Il Quirinale può stare “sereno”. Ma esiste una capitale più discreta, fatta di incontri, consiglieri, telefonate, strategie, investiture e improvvise vocazioni nazionali che sembrano maturare con singolare frequenza fra l’Arno e le colline circostanti.
La Toscana, d’altronde, possiede una tradizione politica formidabile. Ha prodotto Machiavelli e Guicciardini, Lorenzo il Magnifico e Pietro Leopoldo. In tempi più recenti ha mostrato una certa predisposizione anche per costruttori di maggioranze, demolitori di maggioranze, rottamatori, ricostruttori, pontieri e ingegneri costituzionali. Da quelle parti la politica non è mai stata soltanto un mestiere: qualche volta è sembrata un’arte applicata alla geometria.
C’è chi partendo da Rignano ha provato a conquistare l’Italia e chi, da Firenze, ha conosciuto meglio di molti altri l’arte antichissima di far incontrare persone che fino al giorno prima giuravano di non conoscersi. Sarebbe ingeneroso fare nomi. Nei Granducati, del resto, le genealogie contano più delle anagrafi.
Oggi sembra affacciarsi una nuova scuola toscana. Non sappiamo ancora se abbia già uno statuto, un gonfalone o almeno un proprio Vasari incaricato di affrescarne le imprese, ma alcuni caratteri appaiono familiari: la convinzione che una buona conversazione fra pochissimi possa sostituire un vasto consenso fra molti; una certa predilezione per le geometrie rispetto all’aritmetica; soprattutto l’idea, tutta rinascimentale, che per governare la penisola sia innanzitutto necessario controllare bene la corte.
Il problema nasce quando la geografia comincia a trasformarsi in criterio di selezione, quando gli uomini si cercano nello stesso quadrante, le decisioni maturano negli stessi ambienti, i consiglieri consigliano altri consiglieri e una vocazione dichiaratamente nazionale finisce per assumere la forma di un Consiglio del Granducato con ambizioni extraterritoriali.
Naturalmente non sarebbe colpa della Toscana. Sarebbe un torto fatto alla Toscana.
Perché la grande Toscana fu esattamente il contrario. Machiavelli scriveva da Firenze pensando la politica universale; Galileo guardava il cielo, non il campanile; Pietro Leopoldo governava una piccola terra sperimentando riforme che avrebbe studiato l’Europa. Firenze capitale, soprattutto, comprese che l’Italia non poteva terminare sull’Arno.
Qualche stratega contemporaneo sembra invece tentato dall’esperimento opposto: far terminare l’Arno in tutta Italia.
Non è nemmeno una questione di forza elettorale. Anzi, proprio qui il Granducato diventa interessante. Una capitale politica dovrebbe normalmente essere il luogo nel quale si concentrano voti, consenso, organizzazione, autorevolezza, rappresentanza. Una capitale di corte può invece prescindere da queste ineleganti incombenze democratiche: per essere capitale basta che vi si concentrino le decisioni. Il popolo, eventualmente, verrà informato.
Del resto Firenze conosce bene la differenza fra Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Nel primo si decideva. Nella seconda, qualche volta, la folla manifestava opinioni meno sofisticate.
Ed è qui che tornano, puntuali, le cornacchie nere.
Ogni capo che voglia costruire qualcosa di grande ha bisogno di uomini capaci di convincerlo a guardare oltre l’orizzonte che conosce. I cattivi consiglieri fanno l’opposto: restringono progressivamente il mondo finché il mondo coincide con la loro rubrica telefonica. Portano gli amici degli amici, promuovono ciò che hanno a portata di mano, trasformano la prossimità in merito, il piccolo interesse e la consuetudine in competenza. Alla fine persuadono il principe che il panorama visibile dalla finestra sia l’intero regno.
Machiavelli avrebbe riconosciuto il problema. Probabilmente Guicciardini avrebbe riconosciuto anche i consiglieri.
Il fenomeno, peraltro, non è nuovo. La politica italiana degli ultimi trent’anni ha visto sorgere dalla Toscana laboratori, correnti, fondazioni, maggioranze, minoranze, rottamazioni e restaurazioni. Alcune hanno conquistato Palazzo Chigi, altre hanno contribuito a determinarne gli inquilini, altre ancora hanno dimostrato che nella politica italiana un buon tavolo fiorentino può essere più affollato di una sezione di partito.
Il punto, dunque, non è la Toscana. È il toscano-centrismo come categoria dello spirito.
Si può essere provinciali a New York e cosmopoliti in un paese di mille abitanti; allo stesso modo si può proclamare una vocazione nazionale e continuare a immaginare uomini, strategie e alleanze entro il rassicurante perimetro di pochi caselli autostradali. La geografia, quando diventa abitudine, finisce per diventare cultura politica. E la cultura politica, quando frequenta troppo la corte, finisce inevitabilmente per produrre cortigiani.
Forse sarebbe utile ricordare che l’Italia non è mai stata un Granducato. Ci provarono in molti a governarne pezzi: Savoia, Borbone, Asburgo, papi, duchi, granduchi e qualche potenza straniera. Per metterla insieme fu necessario precisamente il contrario: uscire dai propri confini.
Torino dovette smettere di pensarsi piemontese. Firenze dovette smettere di pensarsi capitale. Roma dovette diventare qualcosa di più di Roma.
È una lezione abbastanza semplice e, proprio per questo, terribilmente difficile per le corti: chi vuole costruire una politica nazionale deve avere consiglieri capaci di portargli l’Italia, non di portargli il vicino di tavolo.
Per il resto, lunga vita alla Toscana. A Machiavelli, a Guicciardini, a Galileo, a Pietro Leopoldo. Ai suoi vini, alle sue città, alle sue meravigliose rivalità comunali. E naturalmente ai suoi inesauribili strateghi politici, che da qualche decennio sembrano convinti che l’Italia sia un immenso laboratorio posto fortunatamente appena fuori Firenze.
Firenze fu capitale d’Italia dal 1865 al 1871.
Se qualcuno non ha ricevuto la circolare con cui la capitale fu trasferita a Roma, sarebbe cortese fargliene avere una copia.
Possibilmente prima del prossimo Consiglio del Granducato.







