Centro Studi Rinascimento Nazionale

Le Pillole del Centro Studi

UNA RISATA SEPPELLIRÀ LE CORNACCHIE NERE? Quando la politica diventa involontariamente comica

UNA RISATA SEPPELLIRÀ LE CORNACCHIE NERE?

Quando la politica diventa involontariamente comica

di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale

 

In politica esiste una soglia che sarebbe prudente non attraversare. Non è quella dello scandalo, perché allo scandalo si sopravvive benissimo e talvolta se ne ricava perfino qualche voto. Non è neppure quella della provocazione, che può essere uno strumento formidabile per rompere linguaggi esausti, spostare il confine del dibattito e costringere gli altri a discutere sul terreno che abbiamo scelto noi. È la soglia oltre la quale gli altri smettono di indignarsi e cominciano a ridere.

La distinzione sembra sottile. In realtà è enorme.

«Una risata vi seppellirà» è un vecchio motto della tradizione anarchica. È una di quelle formule fortunate nelle quali una cultura politica riesce a condensare in poche parole un’intuizione assai più vasta: un soggetto può difendersi dall’accusa, può reagire alla contestazione, può rispondere alla polemica; diventa molto più vulnerabile quando perde la propria autorevolezza e si trasforma, agli occhi del pubblico, in caricatura.

La storia politica conosce bene questo fenomeno. Essere considerati pericolosi può persino rappresentare una risorsa. Essere considerati ridicoli, mai.

Ed è precisamente questo passaggio che, negli ultimi giorni, dovrebbe cominciare a preoccupare le cornacchie nere.

Non perché siano aumentate le critiche. Quelle fanno parte della politica e, soprattutto quando compare qualcosa di nuovo, sono persino salutari. Nemmeno perché qualcuno abbia deciso di alzare il tono dello scontro. Il punto preoccupante è un altro: accanto alla critica sta montando l’ironia. Le proposte vengono isolate, accostate, esasperate e trasformate in battute. La discussione politica scivola verso la caricatura e ciò che avrebbe dovuto apparire severo comincia a suscitare il sorriso.

Naturalmente si può reagire accusando chi ride. Sarebbe un errore.

La satira raramente crea dal nulla. Esagera, deforma, ingrandisce, porta un ragionamento alle conseguenze più grottesche, ma per riuscirci ha bisogno di materia prima. E qualcuno, ultimamente, sembra essersi assunto con entusiasmo il compito di fornirgliela.

Le cornacchie volevano essere terribili. Stanno diventando macchiette.

Questa volta non mi interessa discutere la genealogia delle loro idee. L’ho già fatto. Non mi interessa nemmeno stabilire quale secolo preferiscano frequentare. Il problema adesso è molto più contemporaneo e assai più concreto: riguarda la reputazione politica.

Un progetto politico vive anche della percezione della propria serietà. Può essere radicale, rivoluzionario, anticonformista, urticante; può persino permettersi qualche eccesso, purché dietro l’eccesso si continui a intravedere un disegno. Il guaio comincia quando il pubblico perde di vista il disegno e ricorda soltanto le eccentricità.

È una legge elementare della comunicazione politica. Puoi elaborare cento proposte sul futuro di una nazione, ma se fra quelle cento ne inserisci una sufficientemente bizzarra, è assai probabile che il giorno dopo si parlerà soprattutto di quella. Se le proposte bizzarre diventano cinque, hai regalato una settimana di titoli. Se diventano un’abitudine, non hai più un problema di comunicazione: hai creato un genere letterario.

Ed è qui che le cornacchie nere stanno compiendo il loro piccolo capolavoro al contrario. Nel tentativo di rendere tutto più netto, più duro, più riconoscibile, ottengono esattamente l’effetto opposto: rendere tutto meno credibile, ai limiti del buffo.

Esiste infatti una differenza fondamentale fra ridefinizione e stravaganza. La prima rompe una convenzione perché vuole raggiungere qualcosa che sta oltre. La seconda finisce per esistere soltanto per essere notata. Un progetto politico innovatore ha bisogno della prima e deve guardarsi accuratamente dalla seconda.

Roberto Vannacci ha costruito una parte importante della propria fortuna politica proprio sulla capacità di trasgredire convenzioni linguistiche e culturali consolidate. Ha detto cose che una parte dell’opinione pubblica pensava e che il linguaggio politico ordinario non riusciva più, o non voleva più, pronunciare. Si può naturalmente dissentire dalle sue conclusioni, ma il meccanismo politico è evidente: rompere una convenzione per intercettare un sentimento reale.

Sarebbe un paradosso notevole se le cornacchie nere riuscissero a trasformare questa capacità di parlare a un pezzo del Paese in una grottesca caricatura.

Perché il pubblico possiede uno strumento di selezione molto spietato: il senso del ridicolo. Non legge centinaia di pagine di programma e non distingue pazientemente fra intenzioni, interpretazioni autentiche e successive precisazioni. Ascolta, guarda, giudica e, se ne trova motivo, ride.

Da quel momento cambia tutto.

Finché un movimento viene rappresentato come pericoloso, conserva una forza. Costringe gli avversari a mobilitarsi, occupa il centro del dibattito, incute rispetto persino a chi lo detesta. Quando invece comincia a essere rappresentato come strambo o anacronistico, l’avversario non ha più bisogno di demonizzarlo. Gli basta raccontarlo.

È una forma di neutralizzazione politica molto più raffinata. Non servono cordoni sanitari, grandi campagne e nemmeno un avversario particolarmente intelligente. Basta che una battuta riesca.

E una battuta riuscita possiede una potenza che molti strateghi politici continuano a sottovalutare. Viaggia senza strutture, senza sezioni, senza televisioni e senza uffici stampa. Passa da una conversazione all’altra, diventa una vignetta, un meme, un soprannome, una frase pronunciata al bar. A quel punto la politica perde il controllo della propria rappresentazione perché l’immagine pubblica non appartiene più a chi l’ha prodotta: appartiene a chi la racconta.

Le cornacchie nere potrebbero pensare che sia sufficiente comunicare meglio.

Non basta.

La comunicazione può spiegare una proposta complessa, non può ordinare al pubblico di trovarla seria. Può correggere un’informazione sbagliata, non può smentire una battuta. Può chiedere una rettifica a un giornale, ma non può chiedere una rettifica a una risata.

L’unica soluzione è molto più semplice: evitare di offrire gratuitamente il materiale.

Per questo non mi preoccupano le critiche. Mi preoccupa assai di più quando critici diversissimi fra loro, provenienti da mondi culturali lontani, cominciano indipendentemente ad arrivare alla medesima reazione. A quel punto liquidare tutto come ostilità significa rinunciare a capire ciò che sta accadendo.

Forse il problema non è più chi ride.

Forse il problema è chi ha scritto le battute senza accorgersene.

E qui le cornacchie nere dovrebbero cominciare a interrogarsi seriamente. Volevano apparire inflessibili e stanno diventando buffonesche; volevano rendere un progetto più temibile e lo stanno rendendo più facilmente caricaturabile; volevano trasformare ogni posizione in una prova di forza e potrebbero scoprire che, superata una certa misura, la forza non aumenta più. Cambia semplicemente di segno.

La politica conosce molti modi di perdere. Si può perdere un’elezione, una battaglia parlamentare, una campagna d’opinione: sono sconfitte visibili e, proprio per questo, spesso rimediabili. Poi esistono sconfitte più silenziose e forse più pericolose, che cominciano quando cambia l’espressione di chi ti ascolta.

All’inizio c’è interesse, poi preoccupazione, quindi incredulità.

Alla fine arriva il sorriso.

È allora che quel vecchio motto anarchico smette di essere soltanto una bella formula della storia politica e torna a mostrare tutta la sua forza.

Una risata vi seppellirà.

Cornacchie nere avvisate.

Condividi questo articolo