Centro Studi Rinascimento Nazionale

Le Pillole del Centro Studi

VANNACCI NON È FASCISTA. MA FUTURO NAZIONALE DEVE SMETTERE DI SEMBRARLO

VANNACCI NON È FASCISTA. MA FUTURO NAZIONALE DEVE SMETTERE DI SEMBRARLO

di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale

Non penso che Roberto Vannacci sia fascista e non sarà certamente un esposto presentato alla Procura di Roma a farmelo pensare. In uno Stato di diritto una denuncia non è una sentenza e le contestazioni formulate dal Sindacato dei Militari contro Futuro Nazionale, fino a evocare la legge Scelba e la ricostituzione del partito fascista, dovranno essere valutate dalla magistratura per ciò che sono e per ciò che valgono.

Il problema politico, tuttavia, esiste indipendentemente dall’esito giudiziario dell’iniziativa. Ed è persino più serio, perché riguarda l’immagine che Futuro Nazionale sta costruendo di se stesso e la sorprendente quantità di argomenti che continua a offrire a chi vuole rappresentarlo come una formazione nostalgica, autoritaria, confessionale e militarizzata.

Nell’esposto vengono richiamati la remigrazione estesa anche agli immigrati regolarmente presenti, l’impiego strutturale delle Forze Armate nell’ordine pubblico, l’educazione militare nelle scuole, la proclamazione di valori “non negoziabili”, oltre a una concezione della società che i denuncianti considerano gerarchica e scarsamente pluralistica. Si può contestare questa lettura. Ma sarebbe assai meno intelligente ignorare il problema che quella lettura pone.

Perché un partito non viene giudicato soltanto per il suo leader. Viene giudicato per ciò che scrive nei programmi, per il linguaggio che adopera e, soprattutto, per le persone che sceglie per rappresentarlo, per le loro parole e i loro comportamenti.

Ed è qui che la questione diventa difficilmente eludibile.

Pochi giorni fa, il responsabile regionale veneto di Futuro Nazionale ha scritto – nero su bianco in un comunicato stampa – che «l’Islam non è una religione tollerabile in Italia e non può accampare alcun diritto nel nostro Paese». Non occorre essere costituzionalisti per comprendere l’enormità di una simile affermazione: basterebbe avere letto gli articoli 3, 8 e 19 della Costituzione. E non occorre essere raffinati studiosi di geopolitica per capire quanto sia grottesco pretendere di elaborare una politica italiana nel Mediterraneo dichiarando intollerabile la religione di una parte enorme dei popoli con i quali l’Italia deve necessariamente intrattenere rapporti politici, economici, diplomatici ed energetici. O per caso la prossima sparata sarà l’autarchia?

L’estremismo integralista islamico deve essere combattuto senza indulgenza; la pretesa di anteporre la Sharia alla legge della Repubblica deve essere respinta senza esitazione; immigrazione irregolare, mancata integrazione, criminalità e problemi di ordine pubblico richiedono fermezza. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con la proibizione di una religione. A una teocrazia islamica non si risponde immaginandone una cristiana, perché uno Stato occidentale non decide quale Dio debbano pregare i propri cittadini: pretende semplicemente che tutti, credenti e non credenti, rispettino la legge.

Parole come quelle del comunicato stampa veneto non sono degne di una classe dirigente che abbia senso dello Stato, cultura istituzionale e conoscenza della Costituzione. E quando provengono non da uno sconosciuto militante ma da un responsabile regionale nominato dal partito, cessano di essere soltanto una bestialità individuale e diventano inevitabilmente un problema politico per chi quella persona ha scelto.

È precisamente questo il punto sul quale Roberto Vannacci dovrebbe riflettere, finché è ancora in tempo.

Vannacci, a mio giudizio, si sta sottovalutando. Ha conquistato in pochissimo tempo una notorietà nazionale, un elettorato potenziale consistente, una capacità di rompere gli schemi e uno spazio politico autonomo che molti inseguono per una vita senza mai ottenerli. Potrebbe utilizzare tutto questo per costruire una destra nuova, identitaria e nazionalista ma costituzionale, severa ed inflessibile sull’immigrazione ma rispettosa delle libertà individuali, capace di parlare di sicurezza senza innamorarsi della militarizzazione della società, di sostenere la famiglia senza trasformare lo Stato nel confessore dei cittadini, di difendere l’identità nazionale senza riesumare nostalgie che appartengono a un secolo concluso.

Invece una parte della cosiddetta classe dirigente finora individuata sembra impegnata a restringere quotidianamente questo spazio politico, consegnando agli avversari l’immagine di un movimento rivolto all’indietro. E uso l’espressione “classe dirigente” con una certa generosità, perché una classe dirigente non nasce distribuendo medagliette di cartone in forma di nomine: richiede cultura politica, conoscenza delle istituzioni, capacità di misurare le parole e, soprattutto, consapevolezza del fatto che rappresentare un partito significa assumersi una responsabilità che va molto oltre le proprie personali ossessioni.

Per questo l’esposto di queste ore dovrebbe essere considerato da Vannacci soprattutto come un campanello d’allarme politico. Non perché dimostri che Futuro Nazionale sia fascista — non lo dimostra affatto — ma perché dimostra quanto sia diventato facile rappresentarlo come tale.

Ed è qui che un leader dimostra davvero la propria forza. Non perseverando negli errori per paura di ammetterli, ma riconoscendoli prima che diventino irreversibili.

Vannacci abbia dunque la lucidità di tracciare una linea netta. Azzerri ciò che non ha funzionato, riveda radicalmente la selezione della classe dirigente, corregga quanto nei programmi e nei linguaggi presta il fianco a interpretazioni incompatibili con un moderno partito rispettoso della Costituzione italiana e tenga lontani nostalgici, fanatici religiosi, aspiranti ayatollah, dopolavoristi alcolici e quanti scambiano la fermezza delle idee con il folklore del Ventennio.

Non sarebbe una ritirata. Sarebbe un atto di leadership.

Roberto Vannacci non è fascista. Proprio per questo dovrebbe essere il primo ad avere interesse che Futuro Nazionale smetta immediatamente di dare l’impressione di esserlo.

Tiri una riga e ricominci. Finché è ancora lui a poter decidere da dove.

Luca Sforzini,

Presidente

Centro Studi Rinascimento Nazionale

Condividi questo articolo

Gli Autori del Centro Studi Rinascimento Nazionale