Lettera aperta a MARCELLO PERA, in risposta alla sua INTERVISTA sulla CRISI DELLE DEMOCRAZIE
di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Ho letto con molta attenzione l’intervista di Marcello Pera e l’ho fatto con quella particolare attenzione che si deve a chi pone domande che, anche quando conducono a risposte diverse dalle nostre, appartengono allo stesso campo di preoccupazioni.
Pera pone una questione enorme, assai più importante della contingenza politica dalla quale prende le mosse: che cosa sta accadendo alle nostre democrazie? E, ancora prima, che cosa sta accadendo alle società che dovrebbero alimentarle? Su questo terreno avverto molte consonanze. Anch’io penso che la crisi che attraversiamo non sia semplicemente una crisi dei partiti, delle leggi elettorali o della qualità della classe dirigente. È una crisi più profonda, che riguarda l’uomo occidentale, il suo rapporto con la comunità, con la storia, con il limite, con la responsabilità e infine con il futuro.
Abbiamo trascorso alcuni decenni convincendoci che per liberare l’individuo fosse necessario sciogliere progressivamente tutti i legami. Abbiamo confuso la libertà con l’assenza di appartenenze, l’emancipazione con la solitudine, l’autonomia con l’autosufficienza, e abbiamo così prodotto un curioso paradosso: mai l’individuo occidentale ha posseduto tanti diritti e tante possibilità formali, e raramente è stato così solo davanti allo Stato, al mercato, alla tecnologia e alle proprie paure.
È qui che la riflessione di Pera sulla Cristianità tocca un punto essenziale. Quando parlo di Cristianità non penso a una restaurazione confessionale, né a uno Stato che stabilisca ciò che i cittadini debbano credere. Sarebbe precisamente il contrario della mia cultura liberale e libertaria. Parlo della Cristianità come di una delle grandi infrastrutture immateriali dell’Europa: una civiltà nata dall’incontro fra filosofia greca, diritto romano e cristianesimo, dalla quale abbiamo ereditato, attraverso una storia tutt’altro che lineare, la dignità della persona, il primato della coscienza e soprattutto l’idea che esista qualcosa nell’uomo che il potere non può possedere. Anche un non credente abita culturalmente questo edificio, ed è precisamente questo edificio che oggi mostra crepe profonde, non perché siano arrivati improvvisamente dei barbari alle porte, ma perché noi abbiamo cominciato a dubitare che valesse la pena custodire la casa.
L’Occidente attraversa innanzitutto una crisi di fiducia in se stesso. Ha trasformato una delle proprie virtù più straordinarie — la capacità di sottoporsi a critica — in una forma permanente di autodenigrazione. Naturalmente dobbiamo conoscere colonialismi, guerre, persecuzioni, totalitarismi e ingiustizie della nostra storia, ma una civiltà che ricorda soltanto i propri delitti e dimentica le proprie conquiste finisce inevitabilmente per domandarsi perché dovrebbe continuare a esistere. L’Occidente è anche Atene, Roma, Gerusalemme, il diritto, le università, il Rinascimento, la rivoluzione scientifica, la libertà di coscienza, il costituzionalismo, il mercato, il pluralismo, la capacità di limitare il potere e perfino la libertà di contestare l’Occidente stesso. Non occorre dichiararci migliori degli altri per riconoscere che tutto questo merita di essere trasmesso.
E qui nasce il problema europeo. Abbiamo tentato di costruire l’Europa partendo dal tetto invece che dalle fondamenta. Abbiamo costruito istituzioni, regolamenti, direttive, moneta, procedure e apparati senza domandarci abbastanza quale civiltà dovessero rappresentare. Ma un regolamento può uniformare un mercato; non può spiegare a un italiano, a un polacco, a un portoghese e a un finlandese perché, pur essendo diversi, appartengano a una medesima storia.
L’Europa non è nata a Bruxelles e nemmeno nel 1957. Esisteva quando uno studente poteva attraversare il continente da Bologna a Parigi, quando il latino permetteva agli uomini di cultura di comprendersi, quando il diritto romano continuava a ordinare società politicamente divise, quando università, monasteri e commerci costruivano uno spazio europeo molto prima che esistesse una Commissione europea. Per questo non credo nel superstato europeo. Credo nell’Europa delle Nazioni. Una civiltà comune non richiede l’uniformità politica; al contrario, può vivere proprio perché Firenze rimane Firenze, Parigi rimane Parigi, Varsavia rimane Varsavia e l’Italia rimane Italia. L’unità dell’Occidente non dovrebbe essere quella della caserma, ma quella della civiltà.
La stessa considerazione vale per l’Italia. Anche noi abbiamo commesso l’errore di confondere troppo spesso Nazione e Stato. L’Italia esisteva prima dello Stato italiano: esisteva nella lingua, nell’arte, nella memoria di Roma, nelle città, nelle università, nei commerci, in Dante e in Petrarca, in una geografia culturale che precedette di secoli il 1861. Lo Stato è uno strumento della Nazione, non è la Nazione. E una Nazione può essere politicamente unita senza essere amministrativamente uniforme. Anzi, la straordinaria storia italiana suggerisce precisamente il contrario: siamo una civiltà delle cento città, dei territori, dei campanili, delle autonomie, delle differenze. Per questo considero il federalismo non una concessione alle periferie, ma una conseguenza della storia italiana.
Dentro questa cornice leggo anche la crisi della democrazia denunciata da Pera. Il Parlamento si è certamente svuotato, ma prima ancora si è svuotato ciò che stava fra il cittadino e il Parlamento. Partiti, associazioni, corpi intermedi, comunità territoriali, luoghi di formazione politica e culturale hanno progressivamente perduto forza; lo Stato da una parte e il mercato dall’altra hanno occupato lo spazio lasciato libero. Poi è arrivata la rivoluzione digitale, che ci ha resi infinitamente più connessi e non necessariamente meno soli. Una società composta soltanto da individui e apparati non è una società forte.
Il liberalismo nel quale mi riconosco non è l’individualismo atomistico. Non penso affatto che dopo lo Stato esista soltanto il mercato. Il mercato è uno straordinario strumento di libertà e di coordinamento delle scelte individuali, ma non può essere una famiglia, un’associazione, una comunità, un Comune, un’amicizia, una responsabilità condivisa. Per questo diffido anche della parola “neoliberismo” quando viene utilizzata come caricatura del liberalismo. Se significa mercato senza comunità, individuo senza legami, economia senza responsabilità, non descrive il liberalismo nel quale mi riconosco. Io voglio meno Stato e più società, non meno Stato e più solitudine; voglio restituire spazio all’individuo proprio perché possa tornare ad assumersi responsabilità dentro comunità liberamente vissute.
Ed è precisamente qui che arrivo alla conclusione opposta rispetto a Pera sulla legge elettorale. Capisco il ragionamento del ballottaggio, non lo condivido. Anzi, credo che sia arrivato il momento di sfatare uno degli ultimi tabù della Seconda Repubblica: tornare al proporzionale puro, senza soglia di sbarramento, con preferenze multiple, esattamente come nella Prima Repubblica.
Da trent’anni inseguiamo la governabilità modificando continuamente i meccanismi elettorali. Abbiamo cercato bipolarismi, premi, coalizioni preventive, liste bloccate, soglie e correttivi e, ogni volta, abbiamo promesso che la nuova ingegneria avrebbe finalmente prodotto stabilità. Forse dovremmo avere il coraggio di porci la domanda opposta: e se fosse l’ingegneria il problema?
Il ballottaggio che Pera propone avrebbe certamente una virtù: produrrebbe un vincitore. Ma produrre un vincitore non significa necessariamente rappresentare una società. Quando una società è plurale e frammentata, obbligarla artificialmente a dividersi in due non elimina le differenze: le nasconde dentro due contenitori elettorali e le fa riemergere il giorno successivo alle elezioni.
Il problema dei “Vannacci”, qualunque giudizio se ne dia, non si risolve costruendo una legge elettorale contro di loro, e qui introduco una questione che considero perfino precedente alla convenienza politica: le leggi elettorali non dovrebbero mai essere scritte contro qualcuno. Se una parte della società esiste, deve poter essere rappresentata. Se ha il 2 per cento, abbia il 2 per cento dei rappresentanti; se ne ha il 7, abbia il 7; se ne ha il 25, abbia il 25. La democrazia non dovrebbe correggere gli elettori: dovrebbe contarli.
Ma rappresentanza piena non significa rinunciare alla responsabilità politica, ed è qui che credo si possa rispondere alla preoccupazione di Pera senza ricorrere al ballottaggio. Accanto al proporzionale puro, senza sbarramento e con preferenze multiple, indicherei chiaramente sulla scheda elettorale anche il candidato alla Presidenza del Consiglio sostenuto da ciascuna forza politica. L’elettore deve sapere non soltanto quale partito e quali rappresentanti sta scegliendo, ma anche a chi quella forza intende affidare la guida del governo. Non cerco un uomo solo al comando; cerco una responsabilità politica identificabile.
Quell’indicazione sulla scheda, naturalmente, non sarebbe un’investitura blindata, che finirebbe per svuotare il ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica o quello del Parlamento, ma un impegno di trasparenza e chiarezza indirizzato agli elettori. I partiti non fingerebbero più di non volere la guida del Paese, salvo poi negoziarla dopo il voto, ma accetterebbero di dichiarare prima agli italiani chi propongono per quella responsabilità e di misurare la forza del proprio candidato sul peso reale dei propri voti proporzionali. Nessun premio implicito, dunque, nessuna deformazione della rappresentanza e nessuna automatica investitura: semplicemente, alla chiarezza dei numeri si aggiungerebbe la chiarezza delle intenzioni.
Il Parlamento deve rappresentare il Paese per quello che è, senza premi o maggioranze artificiali, ma questo non impedisce ai partiti di presentarsi agli italiani dichiarando prima del voto quale guida propongono. La rappresentanza non deve essere sacrificata alla governabilità, né la governabilità può diventare un alibi per deformare la rappresentanza: si possono avere entrambe, restituendo agli elettori tutto ciò che negli ultimi trent’anni è stato progressivamente sottratto loro — la scelta del partito, la scelta dei parlamentari e la conoscenza della persona indicata per guidare il governo.
Per questo abolirei anche le soglie di sbarramento. Una soglia stabilisce che alcuni voti meritino rappresentanza e altri no. Comprendo perfettamente l’argomento della frammentazione, ma continuo a preferire una frammentazione visibile in Parlamento a una frammentazione reale nascosta nel Paese. E restituirei integralmente le preferenze: non una preferenza simbolica concessa all’elettore dentro liste sostanzialmente determinate dagli apparati, ma preferenze multiple, come nella Prima Repubblica. Il cittadino deve poter scegliere il partito e, dentro quel partito, gli uomini e le donne ai quali affidare il proprio voto.
Questo ricostruirebbe anche qualcosa che abbiamo progressivamente distrutto: il rapporto personale fra rappresentante e territorio. Un parlamentare dovrebbe sapere di dovere il proprio seggio agli elettori prima che al segretario che lo ha collocato nella posizione giusta di una lista.
Si obietta che la Prima Repubblica fosse instabile perché cambiava frequentemente governo. È una lettura troppo superficiale della storia. Cambiavano i governi, ma il sistema possedeva una straordinaria continuità politica e amministrativa. L’Italia attraversò la ricostruzione, il miracolo economico, la Guerra fredda, il terrorismo, le grandi trasformazioni sociali e industriali mantenendo una stabilità sostanziale assai maggiore di quanto suggerisca il semplice conteggio dei Presidenti del Consiglio. Abbiamo confuso la durata di un esecutivo con la stabilità di una Nazione, ma non sono la stessa cosa.
La governabilità autentica non consiste nel fabbricare una maggioranza la sera delle elezioni. Consiste nella capacità della politica di costruire compromessi pubblici, assumersi responsabilità e rispondere agli elettori delle proprie scelte. La coalizione, allora, non dovrebbe necessariamente nascere prima delle elezioni attraverso una contrattazione spesso opaca di collegi e candidature. Potrebbe nascere dopo, in Parlamento, alla luce del sole, sulla base dei voti realmente ottenuti e di un programma di governo esplicitamente negoziato. È più difficile? Certamente. Ma la democrazia non è stata inventata per rendere più facile il lavoro dei partiti; è stata inventata per rendere rappresentabile una società libera.
Ed è proprio questo, alla fine, il punto sul quale credo che la discussione con Marcello Pera possa diventare più interessante. La crisi che descrive non sarà risolta da una legge elettorale, perché precede le leggi elettorali. È la crisi di una società che ha perduto comunità, di una Nazione che ha confuso se stessa con il proprio apparato statale, di un’Europa che ha sostituito progressivamente una civiltà con una burocrazia e di un Occidente che qualche volta sembra chiedere perdono perfino per le ragioni migliori della propria esistenza.
Dobbiamo ricostruire dal basso ciò che abbiamo progressivamente svuotato: l’uomo, la comunità, la Nazione, l’Europa, l’Occidente. Non sono cerchi alternativi, ma appartenenze concentriche che possono rafforzarsi reciprocamente soltanto se nessuna pretende di divorare quella precedente. Al centro deve rimanere la persona: libera, responsabile, capace di creare, di sbagliare, di appartenere e anche di dissentire.
È questa, per me, la grande questione politica del nostro tempo. E proprio perché condivido con Marcello Pera la preoccupazione per la crisi della democrazia, arrivo a una conclusione diversa dalla sua: non dobbiamo restringere la rappresentanza per ottenere la governabilità. Dobbiamo allargare la rappresentanza per ricostruire la democrazia e, nello stesso tempo, rendere chiaramente identificabile davanti agli elettori la responsabilità della guida politica.
Proporzionale puro, nessuno sbarramento, preferenze multiple e indicazione sulla scheda del candidato alla Presidenza del Consiglio. Non sarebbe un ritorno nostalgico alla Prima Repubblica, perché alla migliore tradizione rappresentativa della Prima Repubblica aggiungerebbe un elemento di responsabilità politica immediatamente riconoscibile. E quell’indicazione non sostituirebbe né il Presidente della Repubblica né il Parlamento: direbbe semplicemente agli elettori, prima del voto e non dopo, chi ciascuna forza politica propone per guidare il Paese e quanto consenso proporzionale sostiene quella proposta. Sarebbe forse, dopo trent’anni di tentativi di correggere gli italiani attraverso le leggi elettorali, un gesto molto più rivoluzionario: tornare a fidarsi degli elettori.
Luca Sforzini Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale















