“UNA D’ARME, DI LINGUA, D’ALTARE, DI MEMORIE, DI SANGUE E DI COR”
di Mario Conetti
È questa la voce vera del Nordovest.
La Lombardia nella sua storia non ha dato una voce più bella per affermare l’unità d’Italia come risultato della sua identità culturale.
Due secoli fa questo era un sogno. Per realizzarlo molti hanno versato il loro sangue, hanno speso le loro forze intellettuali.
Si può discutere se questo sogno sia stato realizzato nel modo migliore, ma di sicuro è stato realizzato. Quello che all’inizio era il sogno di minoranze di visionari è diventato faticosamente la realtà per decine di milioni di persone, lungo le generazioni e ormai i secoli.
Oggi questa realtà si sta sfasciando e il sogno è diventato un incubo.
Non credo che tutto sia andato perso; credo invece che ci sia ancora spazio per fermare la devastazione.
Condivido quindi alcuni primi spunti per raddrizzare il nostro mondo, per mettere dritto il “mondo al contrario”.
L’identità culturale italiana è una ricchezza meravigliosa e complessa, in tanti ambiti diversi: lingua, letteratura, arte, enogastronomia, storia, tradizioni popolari, fede. Fatta di cose piccole e grandi, straordinarie o quotidiane. Si è formata nel corso delle generazioni e dei secoli tra continuità millenarie (le orecchiette, pre romane) e cambiamenti improvvisi (l’architettura razionalista).
Questo patrimonio è l’eredità di ognuno di noi; tutti siamo i co eredi della nostra identità culturale. L’erede per prima cosa ha il dovere di custodire e difendere l’eredità, contro tutti i pericoli, contro tutti coloro che la vogliono intaccare, sminuire, dissipare; anche contro gli altri co eredi, che lasciano andare in rovina l’eredità comune o addirittura la dilapidano.
La nostra eredità è fatta da due componenti fondamentali: una locale e una nazionale. Uno non sta senza l’altro.
Il concetto di ‘società multiculturale’ (non significa convivenza di culture diverse, che invece è un valore) è un nemico molto pericoloso per questa eredità, perché è la causa prima e più consistente della sua perdita: in particolare e prima di tutto minaccia le tradizioni e le culture locali.
Per reagire, dobbiamo riscoprire, valorizzare e comunicare le specificità locali contro l’appiattimento e lo snaturamento imposto dal pensiero unico che fa del multiculturalismo un principio positivo e indiscusso.
Dare forza alle culture delle piccole patrie è impegnativo ma possibile.
Tanti giovani (e meno giovani) vorrebbero vivere dedicandosi alle attività culturali nel loro territorio.
Si può trasformare in realtà questa aspirazione: con nuove norme e strumenti amministrativi per: 1) potenziare la formazione universitaria nell’ambito dei beni e delle attività culturali; 2) disegnare un sistema di finanziamenti, sovvenzioni, incentivi e defiscalizzazioni che coinvolga lo Stato, gli enti autonomi (regioni), gli enti locali (province e comuni), eventualmente privati (banche, fondazioni, imprenditori locali); 3) sostenere gli operatori culturali che vogliono dedicarsi al recupero, valorizzazione e comunicazione del patrimonio culturale e delle tradizioni culturali.
Il primo pilastro che sostiene la cultura della grande patria italiana, il luogo dove la nostra eredità vive e viene trasmessa, è la famiglia. La famiglia è data dall’unione matrimoniale di un uomo e di una donna e dai figli e si distende poi lungo le generazioni; teniamo presente che ormai sono quattro le generazioni che convivono nello stesso momento.
Per cambiare rotta non sono necessarie riforme, basta tornare all’art. 29 della Costituzione (che a sinistra è “la più bella del mondo” solo quando fa comodo) e soprattutto al Codice Civile, compreso il rinnovamento del 1975. Se applichiamo fedelmente e esclusivamente queste norme già vigenti, allora affermiamo solo la famiglia legittima, fondata sul matrimonio (è triste sentire il bisogno di precisare che queste norme conoscono il matrimonio solo tra un uomo e una donna…), con l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e la centralità della filiazione (che richiede cura e educazione dei figli).
Si può ottenere questo risultato abolendo le norme successive al 1975, in particolare: la l. 76/2016 (c.d. Legge Cirinnà) che tutela le convivenze di fatto tra persone dello stesso sesso; la l. 6/2004 sull’amministrazione di sostegno che elimina i legami naturali per sostituirli con la tutela giudiziaria.
Il secondo pilastro dell’identità culturale italiana è la scuola. Lungo le generazioni i bambini e i ragazzi italiani hanno conosciuto a scuola monumenti artistici, opere letterarie, eventi storici che sono i simboli dell’identità italiana; la scuola ha creato identificazione e condivisione.
Da molti anni ormai la scuola non trasmette più questi simboli: escono dalla scuola superiore giovani che non hanno letto la Commedia né I promessi sposi, che ignorano la storia del Risorgimento.
Ripensare i percorsi educativi in funzione di come formare nuovamente i giovani all’interno della nazione italiana è un compito difficilissimo che richiederà studio prima ancora dell’impegno per realizzarlo; ma non abbiamo tempo da perdere, perché lo sfascio della scuola procede e peggiora d anno in anno.
Lo scopo primo e ultimo del nostro studio e del nostro agire sia ripristinare il contatto con la tradizione.
La tradizione, come luogo in cui consiste e si manifesta l’identità culturale, esiste di per sé: trascende i singoli individui le collettività poiché si colloca al di sopra del tempo.
Se i singoli e le collettività non sono in contatto con la tradizione, se questo contatto con la tradizione è andato perso; allora per quel singolo o per quella collettività, la tradizione è morta.
Oggi questa situazione drammatica si diffonde sempre di più ed è anche per questo che il mondo è al contrario.
Dobbiamo impegnarci a ripristinare il contatto con la tradizione: per ognuno di noi e per le collettività di cui facciamo parte.
