Sviluppo e Green Deal
Prof. Stefano Mambretti
Il Green Deal europeo è il piano d’azione strategico e legislativo con cui l’Unione Europea punta a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Lanciato ufficialmente dalla Commissione europea nel 2019, il progetto mira a trasformare l’Europa nel primo continente a impatto climatico zero, cioè a raggiungere un bilancio netto delle emissioni di gas a effetto serra pari a zero. Tra i principali gas considerati vi sono l’anidride carbonica, il metano, il protossido di azoto – utilizzato soprattutto in agricoltura – e i gas fluorurati, impiegati, tra l’altro, nel condizionamento e nell’elettronica.
Le strategie individuate dalla Commissione Europea riguardano principalmente:
- Energia pulita: transizione verso le fonti rinnovabili, come eolico e solare, e forte incremento dell’efficienza energetica degli edifici.
- Economia circolare: superamento del modello “produci, consuma, dismetti” a favore di prodotti progettati per durare più a lungo, essere riparati e, ove possibile, riciclati.
- Mobilità sostenibile: riduzione delle emissioni del settore dei trasporti, attraverso la diffusione dei veicoli elettrici, il potenziamento del trasporto pubblico e delle ferrovie.
- Strategia “Farm to Fork”: transizione verso un sistema agricolo e alimentare più sostenibile, con la riduzione dell’uso di pesticidi chimici e la tutela della biodiversità.
- Inquinamento zero: piani d’azione finalizzati alla riduzione della contaminazione dell’aria, dell’acqua e del suolo, con l’obiettivo di tutelare anche la salute pubblica.
In linea di massima, è difficile sostenere che sia sbagliato progettare prodotti che possano essere riparati, o che non vi siano ampi margini per migliorare l’efficienza energetica degli edifici, dei sistemi di irrigazione e, più in generale, di molti settori dell’attività umana. È altrettanto facile riconoscere come le esigenze di forte sviluppo economico che hanno caratterizzato gli anni del Dopoguerra abbiano contribuito a una notevole cementificazione delle città. Al contrario, la presenza di aree “verdi” o “blu” (cioè con presenza di acqua) contribuisce a ridurre le temperature estive, creando un circolo virtuoso: temperature più basse significano minore necessità di ricorrere al condizionamento, che a sua volta richiede energia e contribuisce a produrre calore.
Il problema nasce quando la questione ambientale assume una dimensione ideologica e, di conseguenza, alcune posizioni vengono accettate acriticamente, senza valutarne adeguatamente le conseguenze.
La prima questione che si deve sollevare riguarda il modo in cui vengono calcolate le emissioni. Per semplicità, possiamo considerare il caso di un’auto elettrica. È evidente che, durante l’utilizzo, essa non produce emissioni allo scarico. Ma per una valutazione corretta dell’impatto ambientale non è sufficiente considerare ciò che avviene durante la marcia: occorre prendere in esame l’intero ciclo di vita dell’oggetto, dalla produzione delle materie prime e dei componenti alla fabbricazione, dal trasporto all’utilizzo – comprese le modalità di produzione dell’energia elettrica utilizzata per la ricarica – fino allo smaltimento o al riciclo.
Questo tipo di analisi prende il nome di Life Cycle Assessment (LCA). Le valutazioni oggi disponibili, effettuate sulla base di banche dati internazionali e di specifiche ipotesi sul ciclo di vita dei prodotti, indicano generalmente che, considerando l’intero ciclo di vita, un’auto elettrica presenta emissioni complessive inferiori rispetto a un’auto alimentata a benzina. La questione, tuttavia, non si esaurisce nel risultato finale del calcolo. Una LCA non è infatti una semplice misurazione diretta delle emissioni: è un modello che combina dati, ipotesi e fattori di conversione. La qualità del risultato dipende quindi anche dalla qualità, dalla trasparenza e dalla verificabilità dei dati utilizzati.
Ed è proprio su questo punto che nasce un problema. Per alcune fasi del ciclo produttivo, in particolare per quelle industriali, i dati dettagliati possono essere difficili da ottenere direttamente, anche per la presenza di informazioni coperte da segreto industriale. Di conseguenza, una parte dei dati utilizzati nelle LCA può provenire dagli stessi produttori oppure da banche dati costruite sulla base di informazioni fornite dall’industria. In definitiva, è il produttore dell’auto elettrica che fornisce i dati atti a dimostrare che l’impatto ecologico dell’auto che lui stesso produce è basso[i].
Non si tratta solo di think-tank come Environmental Progress o l’Institute for Energy Research a contestare queste valutazioni[ii], ma anche all’interno del mondo accademico ci sono scienziati che contestano i limiti metodologici delle LCA, ad esempio anche relativamente alla vita reale dell’oggetto che si sta considerando. Infatti, poiché gli impatti ambientali sono concentrati all’inizio ed alla fine della vita utile del prodotto, ipotizzare una vita utile di 25 anni potrebbe effettivamente consentire di ammortizzare i costi ambientali; ma se questa vita utile si riduce drasticamente, allora anche i calcoli fatti risultano errati[iii].
Questo divario tra le proiezioni teoriche dei modelli matematici e la realtà dei fatti non è solo un problema ingegneristico, ma si riflette pesantemente sulle scelte macroeconomiche del nostro continente. L’Unione Europea ha infatti costruito una parte rilevante delle proprie politiche industriali su questi modelli, imponendo al mercato scadenze e obiettivi estremamente rigidi.
Non è da sottovalutare, inoltre, la questione economica. È certamente necessario rispettare l’ambiente e ridurre i rischi associati alle emissioni di gas climalteranti. Tuttavia, l’adozione unilaterale di misure particolarmente restrittive per il contenimento delle emissioni può tradursi in una significativa perdita di competitività per l’industria europea[iv].
Al di fuori dell’Europa, questo problema appare infatti molto meno centrale nel dibattito politico. L’affermazione potrebbe sembrare contraddetta da numerose ricerche internazionali, come quelle condotte dal Pew Research Center. Ma esiste un profondo divario tra i dati astratti dei sondaggi e il vissuto quotidiano delle società. I dati di questi istituti non sono naturalmente “falsi” in senso matematico; presentano però il problema, ben noto nelle scienze sociali, della distanza tra ciò che le persone dichiarano in risposta a un questionario e ciò che sono effettivamente disposte a fare.
È il cosiddetto bias di desiderabilità sociale: di fronte a una domanda formulata in termini astratti e moralmente connotati, la risposta può essere condizionata dal desiderio di apparire coerenti con ciò che viene socialmente considerato corretto. Se un intervistatore chiede: “Pensi che il cambiamento climatico sia una minaccia per il pianeta?”, è assai probabile che la risposta sia “sì”. Difficilmente qualcuno vorrà apparire, agli occhi dell’intervistatore, ignorante o insensibile nei confronti dell’ambiente.
Inoltre, in molti Paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, la parola “ambiente” o “clima” viene associata a problemi molto concreti e locali che incidono direttamente sulla vita delle persone: una forte pioggia che allaga una strada, una stagione agricola compromessa, la siccità o la perdita di un raccolto. Non necessariamente, invece, a un dibattito astratto sugli obiettivi globali di riduzione della CO₂.
Un indicatore interessante è rappresentato dalla scarsissima presenza, al di fuori dell’Europa e dell’Oceania, di partiti politici specificamente riconducibili al movimento verde.
Si potrebbe allora pensare che sia possibile costruire un movimento internazionale capace di affrontare concretamente la questione ambientale, chiedendo anche ai Paesi in via di sviluppo di rinunciare a una parte delle proprie possibilità di crescita economica. Purtroppo, alcuni tentativi di questo tipo sono stati tentati senza successo.
Nel 2007 l’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, propose di lasciare per sempre nel sottosuolo circa 846 milioni di barili di petrolio presenti in un’area ad altissima biodiversità all’interno del Parco Nazionale Yasuní, territorio abitato anche da popolazioni indigene in isolamento volontario. In cambio, il governo ecuadoriano chiedeva alla comunità internazionale una compensazione di 3,6 miliardi di dollari, pari a circa la metà del valore economico che lo Stato avrebbe ottenuto attraverso l’estrazione del petrolio. I fondi sarebbero stati gestiti attraverso le Nazioni Unite e destinati a finanziare la transizione dell’Ecuador verso le energie rinnovabili, oltre a interventi nel settore sanitario e nella riforestazione.
Nel 2013, dopo sei anni di negoziati, il presidente Correa fu costretto a cancellare ufficialmente l’iniziativa[v]: la comunità internazionale non aveva risposto all’appello. A fronte dei 3,6 miliardi di dollari richiesti, governi e donatori internazionali avevano versato nei fondi ONU appena 13,3 milioni di dollari, meno dello 0,4% della cifra richiesta.
È un episodio particolarmente significativo. Quando si tratta di chiedere a un Paese in via di sviluppo di rinunciare concretamente a una risorsa naturale e a una parte delle proprie possibilità di crescita, le dichiarazioni di principio sull’ambiente sembrano improvvisamente diventare molto meno vincolanti.
Un esempio analogo è rappresentato dal Fund for responding to Loss and Damage, istituito nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per finanziare le conseguenze dei cambiamenti climatici nei Paesi particolarmente vulnerabili. Alla COP28, nel dicembre 2023, furono annunciati impegni iniziali per circa 661 milioni di dollari[vi]. Ma al 31 agosto 2024, a fronte di tali promesse, il fondo aveva effettivamente ricevuto soltanto 10 milioni di dollari, versati dal Giappone. Il rapporto del Board evidenziava inoltre la necessità di una strategia di mobilitazione delle risorse di lungo periodo[vii].
La realtà che emerge da questi dati e dalle vicende appena richiamate è difficile da ignorare: l’Europa sembra muoversi in una direzione di crescente solitudine ideologica. Mentre le istituzioni di Bruxelles impongono vincoli sempre più stringenti alle nostre imprese e ai cittadini, i grandi Paesi industriali del resto del mondo – dagli Stati Uniti alla Cina, fino ai mercati emergenti dell’America Latina – continuano a perseguire il proprio sviluppo secondo logiche nelle quali la tutela ambientale deve confrontarsi con le esigenze concrete della crescita economica e dell’occupazione.
Il problema, dunque, non è la tutela dell’ambiente. Nessuno può seriamente sostenere che sia irrilevante ridurre l’inquinamento, migliorare l’efficienza energetica, proteggere il territorio o utilizzare in modo più razionale le risorse naturali. La questione è se sia ragionevole imporre unilateralmente all’industria europea obiettivi e vincoli che rischiano di comprometterne la competitività, mentre gran parte del resto del mondo non è disposta a sostenere costi analoghi.
Non si vuole qui contestare l’importanza della tutela ambientale, che anzi deve essere considerata un dovere di civiltà. Si deve però rifiutare un ecologismo dogmatico, nel quale gli obiettivi ambientali diventano un fine assoluto e ogni considerazione relativa al lavoro, allo sviluppo economico e alla realtà produttiva viene relegata in secondo piano.
È necessario riscoprire un “ambientalismo dell’uomo”, che rimetta al centro lo sviluppo tecnologico sostenibile, la difesa concreta del territorio e la sovranità industriale. Un ambientalismo che non contrapponga l’uomo all’ambiente, ma consideri la tutela dell’uno inseparabile dal benessere dell’altro.
L’Europa dovrebbe quindi abbandonare l’illusione che sia sufficiente fissare per legge obiettivi sempre più ambiziosi perché il resto del mondo segua necessariamente la stessa strada. La transizione ambientale può avere senso solo se è tecnologicamente sostenibile, economicamente compatibile e capace di preservare il sistema produttivo dal quale dipendono il lavoro e il benessere dei cittadini.
Altrimenti, quella che nasce come una politica per la tutela dell’ambiente rischia di trasformarsi in un’utopia burocratica e, paradossalmente, in un suicidio economico colletti
[i] I calcoli dell’impatto ambientale basati sulla Life Cycle Assessment (LCA) sono oggetto di discussione anche all’interno della comunità scientifica, in particolare per quanto riguarda la trasparenza delle assunzioni metodologiche e la disponibilità e riproducibilità dei dati utilizzati. Un recente studio condotto da ricercatori di Aalborg University e Chalmers University of Technology, analizzando 16 LCA nel settore delle costruzioni danese, ha evidenziato difficoltà nella comunicazione delle scelte metodologiche e una conseguente possibile riduzione della fiducia nei risultati. Somerset, E. G., Lancz, K., Baumann, H., Elliot, T. (2025). “Transparent or Hidden Choices: Exploring Perceptions and Practices of LCA in Building Projects”. Building and Environment, 285, 113439. DOI: 10.1016/j.buildenv.2025.113439. Un ulteriore studio ha analizzato la condivisione dei dati LCA alla luce dei principi FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable), rilevando che la loro applicazione è ancora poco diffusa e che in alcuni casi i dati utilizzati non risultano accessibili. Ghose, A. (2024). “Can LCA be FAIR? Assessing the status quo and opportunities for FAIR data sharing”. The International Journal of Life Cycle Assessment, 29, 733–744.
[ii] L’Institute for Energy Research (IER) denuncia da anni l’esistenza di macroscopici “costi nascosti” deliberatamente ignorati dai legislatori occidentali. Secondo i dati pubblicati dall’IER, l’energia solare ed eolica, lungi dall’essere a costo zero, soffrono di una strutturale instabilità che richiede capacità di generazione dispacciabile, sistemi di accumulo e un potenziamento delle reti. Inoltre, gli economisti dell’istituto americano evidenziano come la transizione forzata non faccia altro che spostare la dipendenza energetica dell’Occidente: dal gas e dal petrolio estratti in casa, alla sottomissione totale verso le catene di approvvigionamento minerario e di smaltimento controllate dalla Cina (litio, cobalto, nichel, grafite e terre rare). Si veda: Institute for Energy Research, Kenny Stein’s Testimony on Federal Efforts to Grow the Domestic Energy Sector Supply Chain and Manufacturing Base, 2023; Institute for Energy Research, The Economic and Strategic Importance of Domestic Mineral Production, 2023.
[iii] Un esempio frequentemente citato è quello dei pannelli solari, la cui vita utile stimata dai produttori è pari a 25 o 30 anni mantenendo un’ottima efficienza (dato confermato anche dallo statunitense Department of Energy). Gli studi critici sul campo evidenziano tuttavia che grandine, degrado termico o guasti agli inverter possono ridurre significativamente la vita utile reale dell’impianto, aumentando di fatto la quota di CO₂ “pesata” su ogni singolo chilovattora effettivamente prodotto.
[iv] Questa affermazione è certificata da Mario Draghi. Il Rapporto Draghi sulla competitività dell’UE, denuncia che, nonostante i cali dai picchi della crisi, “le aziende dell’UE devono ancora affrontare prezzi dell’energia fino a cinque volte superiori rispetto a quelli degli Stati Uniti per il gas naturale” e “fino a tre volte superiori per l’elettricità rispetto alla Cina”. Un divario insostenibile aggravato da una tassazione interna che agisce come un pesante premio fiscale a danno della nostra produzione. Draghi, M. (2024). The future of European competitiveness – Part B: In-depth analysis and recommendations. Commissione Europea, Sezione 1, Capitolo “Energy”, p. 5.
[v] Il 15 agosto 2013 Correa annunciò la fine dell’iniziativa e dispose la liquidazione del fondo; successivamente venne autorizzata l’estrazione petrolifera. Presidencia de la República del Ecuador (2013). Decreto Ejecutivo N. 74 – Liquidación del Fideicomiso Yasuní-ITT. Quito
[vi] Si osservi che questa cifra, invero piuttosto limitata, non si riferisce alle somme necessarie, ma semplicemente agli impegni assunti, che non sono stati mantenuti.
[vii] Per gli impegni assunti si veda il documento: United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC). (2023). Report of the Transitional Committee on the operationalization of the funding arrangements for responding to loss and damage. Per verificare quanto è stato effettivamente versato: UNFCCC, Report of the Board of the Fund for responding to loss and damage to the Conference of the Parties at its twenty-ninth session and the Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to the Paris Agreement at its sixth session, 2024.














